mercoledì 8 agosto 2018

l'ultima corsa

Quanti voli di ritorno abbiamo preso. Quante ultime corse in taxi. L'autista questa volta è gentilissimo, arriva a prenderci puntuale alle 7 e ha una carezza di saluto per i bambini. Sentendo che siamo italiani, ci fa i complimenti per l'arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juventus (complimenti che ci hanno rivolto in tanti; ma a noi importa il giusto, visto che siamo appassionati di basket) e mette un cd a noi dedicato. Parte Toto Cutugno: Lasciatemi cantare, con la chitarra in mano... L'Italia è un bel posto dove tornare. Magari lo è un po' meno negli ultimi tempi; ma la nostra vita ci piace. Abbiamo casa-casa nostra, tanti amici, i nostri giocattoli, la pasta e la pizza. Certo abbiamo anche una routine che può essere rassicurante, ma è certamente faticosa. Abbiamo cassetti pieni di cose, giornate piene di appuntamenti; abbiamo lavori che ci appassionano, ma che ci portano lontano da noi. In viaggio, a volte, nelle minuscole stanze familiari in cui riusciamo a infilarci, mi piace guardarci tutti che dormiamo vicini vicini. E il resto è fuori.  
Prosegue Celentano: È inutile suonare, qui non vi aprirà nessuno... A casa ho la lavatrice a disposizione, ma questo significa anche che la devo avviare ogni giorno. I bambini hanno la loro musica e loro sport, ma devono apparecchiare e sparecchiare. Alzarsi presto al mattino, fare i compiti, rispettare una tabella di marcia. A casa non ci sono letti sfondati, ma sapere sempre dove si andrà a dormire a volte toglie l'ebbrezza. L'ebbrezza di immaginare un posto nuovo e arrivarci. Un sentiero mai visto da salire; o una città nella roccia dove perdersi, perché il bello è proprio quello: perdersi insieme, per mano. Ridere perché nessuno ci capisce, arrabbiarci perché come si fa a litigare per un legnetto. Mettersi in gioco ogni giorno, ogni momento su una scoperta nuova. Cercare di tenere i nervi saldi quando qualcuno si fa male, e non riuscirci per niente, perché qui nessuno parla inglese, come faccio a spiegare che il mio bimbo è caduto? 
L’ebbrezza di insegnare e imparare, o almeno provarci, che non conta sapere cosa si mangerà o dove si sarà. Che "casa" può anche essere una stanzetta semplice, dove però  riusciamo a cantare la ninnananna di tutte le sere. Dove salta fuori dalla valigia il peluche a forma di delfino che il nonno Giuseppe aveva regalato alla Media, e pazienza se i vestiti di ricambio sono ridotti a meno del minimo, e andiamo in giro sempre macchiati.
Arriviamo in aeroporto sui Matia Bazar: Ah, dolce vita che te ne vai... I bambini sono felici ed eccitati. Non vedono l'ora di essere di nuovo a casa-casa nostra. Li guardo rincorrersi facendo più rumore possibile. Per loro ogni capitolo finale è un nuovo inizio, ma io non sono, non sono più così. Mi carico sulle spalle uno zaino pesantissimo e penso, per consolarmi, che la parte migliore del viaggio sono stati loro tre. Loro tre che io mi porto sempre addosso.   

martedì 7 agosto 2018

battesimo del vino

Tbilisi
Alla vigilia della partenza, il Piccolo ha deciso tutt’a un tratto che la cucina georgiana è il suo futuro. Oggi, per la prima volta, chiedeva a gran voce khachapuri, e non pasta o pizza come ha fatto nelle ultime tre settimane. Peccato solo che siamo sulla via del ritorno a casa-casa nostra.
La Media sta bene, compatibilmente con il fatto che ieri non ha mangiato nulla e non riusciva a trattenere nemmeno un sorso d’acqua. I bambini però hanno capacità di ripresa sorprendenti, e quindi in compenso oggi ha avuto il battesimo del vino. A Sighnaghi siamo stati da Pheasant’s Tears, una piccola famosissima enoteca di proprietà di un americano sposato con una georgiana. Lui si chiama John Wurdeman, fa il pittore e si è innamorato della Georgia al punto da fondare un’azienda che produce vino biologico. Oggi esporta le sue bottiglie in tutto il mondo, compresi ristoranti stellati Michelin. Il vino georgiano, che ha una storia millenaria, non viene fermentato in botti, ma in grandi recipienti di terracotta, il che gli conferisce un gusto particolare. 
Noi non siamo certo intenditori, ma abbiamo colto l’occasione per una degustazione. A quel punto la Grande e la Media ci hanno chiesto rispettosamente di annusare (sanno bene che l'alcol è vietato), ma a noi è parso che un assaggio potesse essere una trasgressione divertente. Quindi hanno potuto esprimere una preferenza fra i bicchieri che avevamo sul tavolo: la Media ha scelto un bianco, la Grande un rosso. Solo un sorso a testa, ma è stato un piccolo evento, con tanto di brindisi celebrativo. Il sapore è stato molto gradito, anche se sospetto che si siano godute più che altro la piccola trasgressione. Il Piccolo ha strepitato per averne anche lui, ma si è dovuto accontentare degli stuzzichini arrivati sul tavolo insieme ai bicchieri, tra cui un formaggio veramente buono e veramente forte, che ha mostrato di apprezzare particolarmente. Rinuncio a capire i gusti dei bambini. 
Dell’azienda di John fanno parte anche due ristoranti a Tbilisi; in un primo momento avevamo pensato di sceglierli per la nostra ultima cena in Georgia, ma poi ci è parso che portare tre bambini stanchi in un locale raffinato non fosse il modo migliore per goderci la serata. Abbiamo quindi ripiegato su un posto in stile “vecchia unione sovietica”, con cucina georgiana a prezzi bassissimi e un arredo anni Settanta che sembrava uscito da un vecchio film. Ormai conosciamo bene i piatti che ci piacciono e quindi, dopo aver condiviso col Piccolo il nostro ultimo khachapuri per strada, siamo andati abbastanza sicuri sul menu: lobio (zuppa di fagioli speziata, servita in un vaso di coccio dalla bocca stretta), khinkhali (fagottini di pasta ripieni di carne), kharcho (zuppa tradizionale di riso, verdure, spezie e manzo). Solo non abbiamo capito perché il locale si chiami “Cafè Palermo” dato che di siciliano non c’era proprio nulla e i proprietari non parlavano una parola di italiano. Magari lo scopriremo al prossimo viaggio. Ciao ciao Georgia. 

lunedì 6 agosto 2018

i soldati del confine

Sighnaghi
Abbiamo il vago sospetto che il vomito a getto del Piccolo, iniziato appena arrivati in albergo a Tsalka e poi protrattosi per tutta la notte (notte terribile, come si può facilmente intuire), non fosse dovuto solo al viaggio in macchina a zig-zag: oggi anche la Media ha passato la giornata fra un conato e l’altro. Avrà vomitato 30 volte. Forse ha influito il fatto che, sottovalutando la situazione, siamo andati in macchina a vedere il monastero di Davit Gareja, distante un centinaio di chilometri, di cui gli ultimi 50 di strada dissestata. Non la peggiore delle strade georgiane, ma comunque una strada georgiana in cattive condizioni. 
Il monastero è stato edificato fra il sesto e il nono secolo, ed in parte scavato nella roccia. Collegate da sentieri a strapiombo (crinale montuoso estremamente panoramico) ci sono decine di celle, chiesette, locali di servizio. Il complesso si trova esattamente su confine con l’Azerbaijan, anzi in parte in territorio azero. La competenza dei due Stati è tuttora oggetto di disputa ed infatti tra le rovine (solo una parte del monastero è ancora in uso) ci sono soldati dell’una e dell’altra parte con tanto di fucili spianati. 
Arriviamo a destinazione dopo quasi due ore di tragitto, e numerose foto ai paesaggi intorno, che sono semidesertici. Negli ultimi 50 chilometri si incontra un solo villaggio, si passa fra due laghi salati e si osservano moltissimi rapaci, alcuni dei quali sembrano sfiorarci.  
Purtroppo, nel momento in cui scendiamo dalla macchina, ci rendiamo conto che la Media sta peggio che al risveglio. Visitiamo la parte bassa del monastero, ma le grotte affrescate si trovano in cima ad un serie di sentieri molto ripidi ed assolati. Decidiamo quindi di dividerci: il Papà rimane alla partenza col Piccolo e la Media (che non è in condizione di camminare e deve stendersi sul sedile dell’auto) mentre io salgo con la Grande. Al nostro ritorno, sarà il Papà a salire. Partiamo con passo baldanzoso ed iniziamo la salita. È straordinaria la vastità dell’area su cui sorge il monastero. Salendo si ha una vista aperta, con straordinari panorami aridi. La parte alta del complesso si chiama Udabno, che significa appunto “deserto”. Dato il problema dei turni sappiamo di non avere molto tempo, e quindi decidiamo di andare a vedere soltanto la grotta degli affreschi; sono del nono secolo e si trovano in un caverna scavata nella montagna, il che li rende unici. Ovviamente, però, come ovunque in Georgia, non esiste nessuna indicazione; io e la Grande vaghiamo su una vastissima rete di sentieri ripidi e scivolosi, senza trovare la grotta giusta. Arriviamo in cima alla montagna. Deserto da una parte, ed è Georgia. Lo stesso deserto dall’altra, ed è Azerbaijan. Ma degli affreschi che cercavamo nessuna traccia. Proseguiamo ancora, ci infiliamo in tutti i cunicoli, ma senza risultato. Io sono piuttosto nervosa perché il tempo passa, devo dare il cambio al Papà e voglio tornare a vedere come sta la Media. Tra l’altro, siccome siamo proprio sulla linea di confine, tutta la zona è sorvegliata da militari, e la vista dei fucili non mi piace. Meno ancora se ho una bambina per mano. Ad un certo punto un soldato azero ci intima l’alt con voce nient’affatto amichevole, e ci fa segno di tornare immediatamente indietro. Rinuncio a vedere gli affreschi, sperando che ci riesca il Papà. La Grande non sembra affranta: le è piaciuta la passeggiata e trova avventuroso l’incontro coi soldati. Purtroppo per scendere impieghiamo parecchio, anche perché il sentiero è scivoloso. La Media sta ancora male, quindi il Papà rinuncia al suo turno; ci infiliamo in macchina e ce ne torniamo a Sighnaghi. Gli affreschi non li abbiamo visti, ma speriamo che per domani mattina il virus abbia fatto il suo corso. 

domenica 5 agosto 2018

casa-casa mia

Sighnaghi
I bambini hanno un grande vantaggio: non vedono mai la fine, ma l’inizio. Sono per definizione proiettati nel futuro, e tutto ciò che è passato (o sta passando) non li riguarda più. Mentre il nostro viaggio in Georgia si avvia alla conclusione, e io e il Papà siamo sempre più nostalgici, loro pensano alle meraviglie che ritroveranno a casa, a quello che vorrebbero tanto fare, a cosa desiderano mangiare. In macchina, per strada, perfino al parco (oggi siamo tornati al parco, dopo molti giorni che non ne trovavamo uno) si sprecano discorsi su amici, spaghetti e giocattoli. 
Il Piccolo è un tantino confuso: poiché noi chiamiamo “casa” tutte le pensioni o gli appartamenti dove dormiamo in Georgia, la risposta “stiamo andando a casa” non lo soddisfa. Per evitare fraintendimenti, quando si riferisce a casa in Italia ha iniziato a dire “casa-casa mia”. A volte teme che qualcuno l’abbia occupata durante la nostra assenza e inizia a piangere. Noi, sperando di non mentire, lo rassicuriamo dicendo che casa-casa sua lo aspetta e citando tutti i giocattoli e il lettino di legno che ritroverà. E andiamo dalla nonna, vero? - aggiunge lui a quel punto, tutto speranzoso - la nonna mi sta aspettando? Mi prepara la pasta? 
La pasta in verità ricorre nei discorsi di tutti e tre. Alla Grande, inoltre, mancano i suoi libri: qualche giorno fa ha finito Oliver Twist e ora freme per leggere ancora, ma non si è portata altro. Voglio stendermi sul mio letto - dice pregustando il momento - chiudere la porta della camera e leggere tutto il giorno
La Media non ha finito il libro che si era portata, ma in compenso ha sviluppato un’atroce passione per il cubo di Rubik. Ne ha trovato uno a disposizione in un bar, ma dopo averlo provato è stata costretta a lasciarlo dov’era. Le abbiamo comprato il suo a Gori, su una bancarella, e da allora non se ne stacca più. Appena arrivo a casa - dice - mi chiudo in camera dei giochi. Io: E cosa farai? Lei: Voglio provare di nuovo tutti i miei giocattoli. Penso che ci vorrà un po’. Per favore, quando sarò chiusa dentro non chiamatemi. 

sabato 4 agosto 2018

salto in unione sovietica

Tsalka
Eravamo stati in quest’area l’anno scorso, durante il viaggio in Armenia, e già allora avevamo avuto l’impressione di rivedere l’Unione Sovietica. Ma la ciliegina sulla torta è il nostro albergo, talmente surreale da sembrare un set cinematografico: un casermone sulle rive del lago di Tsalka. Color verde menta, molto fatiscente, gigantesco e praticamente vuoto, se si esclude una coppia russa di mezza età e un gruppo di operai che lavorano al rifacimento della strada. In effetti un bel restauro non farebbe male: nonostante si tratti di una delle arterie principali del Paese (collega tutta la zona sud con Tbilisi), per chilometri e chilometri la strada è piena di buche modello voragine; oggi, sotto il diluvio universale, ci sono pozzanghere fangose lunghe decine di metri. Per cercare di evitare almeno i punti peggiori il Papà, come del resto fanno tutti gli altri automobilisti, procede con un continuo zig zag, corredato da qualche salto in alto quando il dosso non si può evitare. Il tutto ha effetti devastanti sul delicato stomaco del Piccolo, che prontamente vomita a getto appena arrivino in albergo. La fortuna sta nel fatto che in quel momento ce l’ho in braccio, quindi lui si piega su mio collo e vomita tutto dentro la mia maglietta. Sul pavimento non arriva nemmeno una goccia, cosa che mi consente di procedere con noncuranza verso la camera, dove la prima cosa che faccio è spogliarmi completamente e buttare tutto nel lavandino - mutande comprese. 
Ovviamente, trattandosi di un salto nell’Unione Sovietica, il personale dell’albergo è costituito da un’unica signora corpulenta che parla solo russo. I corridoi sono enormi e vuoti, la stanza è completamente spoglia, ma c’è una bella vista sul lago. Si tratta inoltre della sistemazione più economica da quando siamo in Georgia: l’equivalente di 17 euro per una camera familiare con bagno, più 10 euro di cena per tutti. Fantastico. Il ristorante è in un edificio staccato. Mentre ci andiamo, sempre sotto il diluvio universale, il Papà rischia di farsi staccare un polpaccio dal cane da guardia, ma alla fine ci salviamo. Il Piccolo nel frattempo si è completamente ripreso e ha fame. Riusciamo a fargli avere un patto di pasta in bianco e scotta, che lui accoglie con grandi applausi: È come quella che fa la nonna! urla in estasi. Poi si blocca un attimo e chiede: L’ha fatta la nonna?
Mentre ceniamo la luce manca una ventina di volte (non scherzo: si spegne e si accende con uno sfrigolio poco rassicurante), ma la cameriera (un’altra signora corpulenta che parla solo russo) continua a servire come se nulla fosse. Ordiniamo del vino per festeggiare, anche se non sappiamo bene cosa. E visto che il ristorante è completamente vuoto, la Grande e la Media cantano Rovazzi e ridono a gola spiegata. 

la grande paura

Vardzia - venerdì 3 agosto
La mamma piangeva e urlava. Il papà invece non urlava. Il ricordo del Piccolo fotografa perfettamente la situazione: ho gestito malissimo l’emergenza. Quattro giorni fa ad Ushguli, nel posto più remoto della Georgia più remota (ma coi bambini è sempre così: mai che si facciano male nelle vicinanze di un pronto soccorso), il Piccolo è caduto. È caduto nel modo più stupido, camminando in giro mentre eravamo seduti al bar, di ritorno dalla splendida ma faticosa passeggiata al ghiacciaio. Mi siedo un attimo a sorseggiare una birra e sento la Media chiamarmi: Mamma, vieni! È caduto! 
Mi giro pensando al solito scivolone, ma vedo il mio bimbo in una maschera di sangue. Urla disperato; ha sangue negli occhi, in bocca, su tutti i vestiti. Io non capisco cosa sia successo (ha battuto su un muretto con pietre a vista, ricostruiremo dopo qualche ora) ma mi trasformo letteralmente in un animale: lo prendo in braccio, me lo stringo contro, vorrei che nessuno lo toccasse ma nel frattempo anch’io sto urlando. Si raduna intorno a noi un gruppo di persone. Per la maggior parte sono ciclisti russi, è un gruppo in sosta che avevamo già notato. Una di loro, coi capelli rossi e la pelle scottata dal sole - non so perché registro questo assurdo particolare - si fa avanti: Sono un medico - mi dice - presto, lo stenda su questo materassino. Io sulle prime non ci riesco, vorrei solo stringerlo e portarmelo via, lontano dal muretto, lontano dal sangue. Ma intanto la dottoressa russa si impone: Lo stenda, subito! 
Il Papà riesce a mantenere il controllo: Stendilo - mi dice - e stai calma. Parlagli. 
Io penso che siamo in un posto dimenticato da Dio, nel paese del Medioevo, distanti ore e ore di terribile strada sterrata da un qualsiasi presidio medico. E intanto il mio bimbo perde sangue e urla, e urlo e piango anch’io. La dottoressa fa apparire magicamente una cassetta di pronto soccorso. Il cuoio capelluto sanguina tantissimo. La dottoressa lo disinfetta e lo fascia. La Grande e la Media piangono. La Media si sente in colpa, perché era lei a giocare col fratello quand’è caduto. Riesco a dirle che non è colpa sua, ma intanto continuo a piangere. 
Poi, all’improvviso, il sangue si ferma. La dottoressa consegna il Piccolo al Papà (deve aver pensato che le sue braccia fossero più sicure) e intanto mi abbraccia: Non è successo niente - dice - il taglio è già a posto. State attenti, invece, ad eventuali conseguenze della botta. Che sia vigile, che cammini bene, che non vomiti. 
Il Papà riesce a ringraziarla. Io penso solo a riprendermi il Piccolo, che ha una vistosa fasciatura intorno alla testa ma ha finalmente smesso di urlare. Dice di aver fame, chiede pane. Vorrebbe rincorrere alcune caprette poco distanti. 
Torniamo alla pensione frastornati. Io, la Grande e la Media siamo ancora in lacrime; ho i vestiti pieni di sangue, non ne sopporto l’odore ma non voglio lasciare il mio bimbo per cambiarmi. Il Papà ha mantenuto la calma e la dignità. Il Piccolo si sente al centro dell’attenzione e ci gode: Mi hanno messo un cerotto! La dottoressa mi ha curato! urla a destra e a sinistra, indicandosi la testa tutta fasciata. Poi mi abbraccia e dice: Mamma, non piangere. Tu sei la principessa di me…
Tutto a posto adesso. Non c’è nemmeno bisogno di un cerotto. Il taglio non si vede più. Ma la paura me la ricorderò per tutta la vita. 

giovedì 2 agosto 2018

arruolato nei cosacchi

Vardzia
Da quando ha avuto coscienza di essere al mondo, il Piccolo ha sempre dimostrato spiccate doti di giullare. Ama stare al centro dell’attenzione, non ha nessuna ansia da palcoscenico, anzi è convinto che il resto del mondo sia la sua platea. Ogni musichetta sentita per caso è un’occasione per cantare (magari cantare una canzone diversa, ma comunque cantare), ogni suonatore di strada una scusa per ballare. Ogni tanto capita perfino che il bambino che balla sia interpretato dai passanti come parte dello spettacolo, effetto scimmietta ammaestrata. Niente di meglio: per il Piccolo il vero godimento è quando si sente parte, se non al centro, della scena. La prima performance di oggi è stata a Borjomi, al parco delle terme. Borjomi è la prima cittadina davvero turistica che visitiamo in Georgia, e la mondanità ruota tutta intorno al grande parco verde, con punti di acqua surgiva. Luogo un tempo amato dai Romanov, oggi è una passeggiata piena di giostre, bancarelle e musicisti. Uno di questi, un suonatore di chitarra dallo stile piuttosto lacrimevole, si è guadagnato la simpatia del Piccolo, che ha ballato girando su se stesso per alcuni minuti, prima che me lo portassi via a forza perché temevo che vomitasse (non l’ha presa bene). 
Ma il vero spettacolo è stato in serata; alloggiamo in una grande azienda agricola biologica, che si trova sulle rive di un fiume e che affitta stanze. Mezza pensione obbligatoria, cena con verdure dei loro orti e pesce d’acqua dolce. Al tavolo accanto al nostro siede un gruppo di cosacchi dell’esercito, con tanto di divise nere, file di cartucce ben in vista sul petto e spade al fianco. Tra una portata e l’altra i cosacchi cantano a voce altissima brani tradizionali georgiani. Non sono esattamente motivi orecchiabili, ma il Piccolo salta in piedi e grida: Musica! Posso ballare? 
Senza sentire risposta comincia a girare vorticosamente, battere le mani, incitare i soldati, i quali ovviamente rispondono. Battono le mani e cercano di insegnargli a modulare la voce. È un invito a nozze: il Piccolo prova a imitarli, ma non è soddisfatto e si lancia su Fra Martino, uno dei suoi storici cavalli di battaglia, ovviamente con tutti i decibel di cui è capace. Uno dei cosacchi conosce la melodia e lo segue, gente che stava cenando si raduna tutta intorno e inizia a filmare. Un altro cosacco si cimenta in un ballo, e il Piccolo immediatamente lo imita. Lo chiamo e cerco di ricondurlo alla ragione, ma peggioro le cose, perché anche i cosacchi cominciano a chiamarlo per nome e a ridere forte. Lui è al culmine della gioia. Sfrutto un momento di pausa e decido che è ora di andare a letto. Ciao, buona notte! urla il Piccolo con ampi gesti all’indirizzo del gruppo in divisa nera. Ciao, Luciano Pavarotti! Rispondono loro a gran voce. Come tutte le star, questa sera il Piccolo esce di scena fra gli applausi.