lunedì 14 agosto 2017

coi loro occhi

Il Piccolo ha imparato a camminare. Quando siamo partiti muoveva qualche passo incerto spostandosi da un sostegno all'altro. Ora, se la musica lo merita, è anche in grado di fare piroette. Ha sopportato l'arrivo di tre nuovi denti senza piangere. Ha imparato a chiamare le sorelle (per ora servendosi del nome della Grande per entrambe, cosa che fa arrabbiare la Media ogni volta) e, con moderazione, ad assaggiare qualche piatto che non sia l'italica pasta. Chi l'ha visto tornare lo trova diverso da quand'è partito, ma diversi siamo un po' tutti.
Per la Grande il momento più interessante è stato il pomeriggio a Khndzoresk, il villaggio scavato nella roccia che abbiamo visitato nei presi di Goris. Pochi giorni dopo, la Grande ha passato un'ora e mezza ad ascoltare la storia del Nagorno Karabakh, raccontata in inglese dall'appassionata guida di un museo di Stepanakert, e ora parla della guerra fra armeni e azeri con una competenza da analista. 
Entrambe, sia la Grande sia la Media, hanno provato a guidare la Niva su una strada sterrata e deserta. Per la Media è stato quello il momento più bello del viaggio, oltre naturalmente alle serate sulle giostre. Ma guidare un'auto vera, con tanto di famiglia a bordo, è ovviamente meglio dell'autoscontro.
La Mamma e il Papà sono rimasti colpiti da una lingua affascinante e incomprensibile, dalla storia travagliata, dalle bellezze di un Paese lontano dal turismo di massa. Hanno avuto, soprattutto, il privilegio di vedere il viaggio con gli occhi di tre bambini. Perché è vero che essere genitori, a casa come in viaggio, è una fatica immensa. È vero che bisogna cercare le stanze più grandi, smacchiare l'impossibile, avere sempre un cerotto a portata di mano. Ma è insieme ai nostri figli che tutto ha più senso. Dunque grazie a tutti e tre, che ancora assecondate le follie di Mamma e Papà. Grazie per non aver chiesto come mai voi boccheggiate di caldo mentre i vostri coetanei sono sotto un ombrellone; per tutte le volte che avete indicato una mucca, un asino, una coccinella; per le domande sulla guerra, per le domande senza parole. 
E vi prego, non dite alla pediatra della Coca Cola...

domenica 13 agosto 2017

il comandante senza armi

sabato 12 agosto 2017
Yerevan
Partiamo per Kiev con l'aereo delle 15.30. Da lì voloremo su Milano. Inizialmente pensavamo di trascorrere la mattinata al vernissage per qualche acquisto. Invece andiamo a Yerablur, il cimitero militare di Yerevan, a salutare i caduti del Nagorno Karabakh. Quando le chiediamo come arrivarci, la ragazza alla reception dell'ostello non ci crede: Sono due anni che lavoro qui - aggiunge - e mai nessun viaggiatore mi ha chiesto di Yerablur. È un posto da armeni.
Ovviamente prendiamo la frase come un complimento. Vogliamo rendere omaggio alla tomba di Monte Melkonian, una specie di Che Guevara armeno, sconosciuto al mondo ma recentemente diventato il nostro mito. Monte era un figlio della diaspora, nato e vissuto in California. Aveva studiato archeologia e parlava otto lingue. Non aveva una formazione militare, ma ha guidato un contingente di circa quattromila uomini nella resistenza per il Nagorno Karabakh contro gli azeri, che erano molti di più e meglio armati. Monte aveva posto regole ferree sul rispetto del nemico e sull'uso delle armi, lui che non portava nemmeno la pistola addosso, che non fumava, non beveva e quando poteva insegnava ai bambini. È morto poco prima che la guerra finisse, ucciso in circostanze mai chiarite, in un villaggio azero abbandonato. Secondo l'uso armeno, sulla lapide c'è il suo viso a grandezza naturale, e il nome scritto in corsivo: Monte. Sotto quel nome la Media depone una piccola rosa, raccolta sul vialetto: diversamente da qual che ci aspettavamo, non ci sono venditori di fiori alle porte di questo cimitero pieno di ragazzi.
Poco lontano ci fermiamo alla lapide di Gurgen Margaryan. Nel 2004, a 25 anni, poco dopo la laurea in Ingegneria, Gurgen aveva prestato il servizio di leva; conseguito il grado di sottotenente dell'esercito, era stato inviato a Budapest per partecipare ad un corso internazionale di lingua inglese organizzato dalla NATO. Dormiva nella sua stanza quando è stato ucciso a sangue freddo, a colpi d'ascia, da un pari grado azero, agli occhi del quale Gurgen aveva una colpa imperdonabile: essere armeno. L'assassino, inizialmente condannato all'ergastolo in Ungheria, ha poi avuto l'estradizione in Azerbaigian, dove è stato accolto come un eroe e rapidamente graziato. Il programma a cui entrambi partecipavano si chiamava "Partnership for peace".
La storia di Monte, il comandante senza armi, appassiona la Grande e la Media. Ma quella di Gurgen, massacrato senza motivo, con un odio freddo e feroce, le sconvolge: - Mamma - chiede la Grande - ma allora potrebbe succedere a chiunque, no? Anche a noi...
- No, amore. A voi no. C'è sempre la mamma a proteggervi.
- Mamma, ma tu sei magra come uno stecchino...
- Non importa. Potrei difendervi da chiunque.
Le vedo rasserenarsi. Per ora questa risposta è sufficiente. Che bello.

venerdì 11 agosto 2017

la fonte dell'eterna giovinezza

Yerevan
La pistola ad acqua ci ha aspettato per tutto questo tempo. L'aveva dimenticata la Media, nell'ufficio del noleggio auto, all'indomani del festival delle secchiate per strada. Oggi noi abbiamo a malincuore restituito la macchina e la Media ha riavuto la pistola, che era stata conservata in un cassetto.
L'ultima cena armena la facciamo in un ristorante tipico che avevamo sperimentato tre settimane fa, e il nostro ultimo ostello ha il cortile interno in comune con un meccanico. Praticamente, a circa due metri dall'ingresso della nostra stanza c'è il ponte elevatore.
Oggi siamo riusciti a fare due cose importanti: spedire le cartoline per gli amici della Media e della Grande (ce le siamo portate appresso, già affrancate, da Stepanakert, senza aver trovato - almeno fino ad oggi - un ufficio a cui consegnarle) e vedere l'ultimo, meraviglioso monastero: si trova non lontano da Yerevan e si chiama Geghard, che significa "monastero della lancia" perché pare che vi fosse conservata la lancia che trafisse il costato di Cristo in croce, portata qui dall'apostolo Taddeo. Il complesso attuale è del Duecento, ma pare che il nucleo originale sia più antico. All'interno della chiesa principale scorre una fonte che pare mantenga giovani in eterno (ovviamente mi sono affrettata a berne qualche litro - ma anche la Grande e la Media erano interessate) e la costruzione è in parte scavata nella roccia, cosa che rende l'interno ancora più fresco, e infatti il Piccolo dorme beato. Intorno, nella pietra della montagna, sono state scavate numerose minuscole celle per monaci, circondate da decine di croci intagliate o appoggiate sulle pietre. Immaginare un giaciglio in una fessura di roccia mi impressiona:
- Avete visto, ragazze, dove vivevano questi monaci? Chissà come facevano a resistere qui dentro in inverno...
Grande: - Ma dove mangiavano?
- Nel monastero c'era un refettorio. Dormivano nelle grotte e poi andavano a mangiare insieme.
Grande: - E allora non avevano bisogno di altro. Mangiavano e dormivano, dov'è il problema?
- Ehm... Grande, va bene che anche noi siamo degli eterni pellegrini senza bagaglio, ma insomma adattarsi ad un giaciglio nella roccia...
Grande (con l'aria di chi spiega un'ovvietà ad uno scolaro duro di comprendonio): - Ma una volta erano più bassi di noi. In questa cella il monaco poteva starci disteso, e magari mettersi addosso una bella coperta spessa. Se uno mangia in compagnia e dorme al caldo di cos'altro ha bisogno?
- Ehm... Media, tu cosa dici?
Media (senza esitazioni): - Io sono contenta perché adesso rimarrò giovane per sempre. Ma qui non ci vivrei mai. Posso chiedere alla nonna di prepararmi l'insalata di polpo quando andiamo a trovarla?

giovedì 10 agosto 2017

la questione dei confini

Gyumri
Per una volta fieri di essere italiani. Oggi, andando verso il lago Arpi, ai confini con la Georgia, siamo passati da Ashotsk, un villaggio su una piana a circa 2000 metri di altitudine. Qui sorge l'unico ospedale gratuito dell'Armenia, il Redemptoris Mater, che è anche uno dei pochi a garantire standard di cura paragonabili a quelli occidentali. È stato donato dalla Caritas italiana nel 1991, dopo uno spaventoso terremoto che aveva flagellato tutta l'Armenia del nord, con decine di migliaia di vittime. L'ospedale coordina varie decine di ambulatori (e anche alcune scuole) sparsi fin nei villaggi più remoti della zona e garantisce assistenza domiciliare. È diviso in reparti per un centinaio di posti letto, esegue duemila operazioni chirurgiche all'anno ed ha un reparto maternità con circa una nascita al giorno. Entriamo per lasciare una donazione (l'ospedale oggi è gestito dalla Caritas italiana insieme a quella francese, e tuttora sopravvive grazie alle offerte) e siamo accolti da suor Noel, vicedirettore della struttura. Il direttore è padre Mario, un camilliano italiano, ma al momento è impegnato. Le bambine sono incuriosite dalle scritte in italiano che indicano i nomi dei reparti. Siamo felici di aver lasciato un piccolo contributo, intavoliamo una discussione sull'importanza dell'assistenza sanitaria gratuita (anzi: sul fatto che in giro per il mondo non è affatto scontato averla) e proseguiamo.
La vicinanza del confine con la Georgia, oltre alla recente passione della Media e della Grande per la carta stradale dell'Armenia (che ormai leggono meglio di me) innesca di nuovo il dibattito sulla questione dei confini, su cui ci arrovelliamo da qualche giorno. Mi rendo conto di non aver dato - almeno dal punto di vista delle bambine - risposte esaurienti, e quindi loro continuano a farmi le stesse domande. Il dialogo seguente si è già svolto, salvo poche variazioni, almeno una decina di volte, con la Grande, con la Media, con entrambe.
- Mamma, ma un armeno può entrare in Georgia?
- Sì, amore.
- E in Azerbaigian?
- No. Ve l'ho spiegato. I confini con l'Azerbaigian sono chiusi per la questione del Nagorno Karabakh.
- Ma forse se passasse prima in Georgia...
- Ma avrebbe comunque il passaporto armeno. Non potrebbe entrare in Azerbaigian. Anzi, ora che abbiamo il visto del Nagorno Karabakh sui passaporti, in Azerbaigian non ci possiamo entrare neanche noi.
- Ma che senso ha che il mondo sia diviso in tanti pezzi? Come fanno a decidere che noi non possiamo entrare su quel pezzo? Noi vorremmo solo vedere, mica fare niente di male...
- Ma non è questione di far bene o di far male...
- Ma allora i confini sono come muri? Ma come si fa a considerare come un muro una cosa che non si vede nemmeno?
Già. Come si fa.

mercoledì 9 agosto 2017

caviale e pomodoro

Gyumri
Non si può dire che si sia davvero adattatato alla cucina armena, ma il Piccolo durante il viaggio si è lasciato andare a diversi esperimenti e ha cambiato più volte dieta. I primi giorni, probabilmente temendo che così lontano da casa il cibo fosse avvelenato, non ha mangiato sostanzialmente nulla. La cosa suona ancora più strana se si considera che a Yerevan (appunto i primi giorni) eravamo in un appartamento con cucina ben fornita. Proprio per favorire l'ambientamento del Piccolo cucinavamo grandi paste con pomodoro appena scottato, le stesse che mangiamo a casa. Però, chissà perché, in viaggio la pasta al pomodoro non gli andava più. Vinto dai morsi della fame, ha successivamente ripiegato sulla dieta "pane e patatine fritte". L'idea è più o meno agli antipodi rispetto al concetto di "cucina sana" ma abbiamo preferito non andare per il sottile e lasciargli mangiare quel che gli pareva, ponendoci il solo obiettivo di chiudere la parentesi alla fine del viaggio. Lui, tuttavia, deve essersi accorto che così non andava bene, e nei giorni successivi è diventato fruttariano. Non mangiava nulla a parte la frutta. Il bello è che gettava con sdegno per terra le patate e il pane, che fino al giorno prima erano state il cibo eletto. Nei giorni fruttariani il Piccolo ha mostrato una spiccata predilezione per pesche e uva. Quest'ultima ha avuto effetti deleteri sui suoi movimenti intestinali (ovvero: gli è venuta la diarrea) e quindi si è cambiato registro. In tutta questa girandola ci sono stati due punti fermi, uno in negativo e l'altro in positivo; quello in negativo è stato l'uovo: un alimento facile da trovare, economico ed energetico, ma il Piccolo non ne ha mai voluto sapere. Strapazzato, alla coque o come frittata, il risultato è stato sempre lo stesso: rifiuto netto. Peccato. Il punto fermo in positivo è stata la Coca Cola: gliene abbiamo dato un sorso quasi per caso (più che altro per vedere le facce buffe che avrebbe fatto) ed è stata una rivelazione. Il Piccolo la adora e la beve a grandi sorsi. Ama anche le altre bibite-spazzatura (la Fanta, per esempio) e non disdegna l'acqua gassata. Ho smesso di farmi domande su questo mistero, e lui continua beatamente a sorseggiare le bibite del Papà (io personalmente la Coca Cola la detesto). L'altro giorno si è perfino lanciato in un'inedita merenda a base di Coca Cola e more: fuori dal monastero di Haghpat c'erano alcune anziane che vendevano bicchieri pieni di frutti di bosco per pochi spiccioli, e la Famiglia in Cammino non si è fatta pregare. Più recentemente il Piccolo ha adottato un regime misto a base di pasta, riso e frutta, ma questa sera ha fatto una nuova eccezionale scoperta: il caviale. Siamo stati in un ristorante di pesce famoso in tutta l'Armenia. Si tratta in realtà di un gigantesco allevamento, che si trova alla periferia della città e dove le vasche sono disposte a formare laghi e fiumiciattoli, in mezzo ai quali si trovano i tavoli. Abbiamo ordinato il caviale giallo, uno dei piatti forti del locale, e ne abbiamo fatto assaggiare una punta al Piccolo. Si è innamorato all'istante, tanto da chiederne altri cucchiaini con gesti eloquenti. Ha trovato inoltre perfetto l'abbinamento con i pomodori a fette che in quel momento stava mangiando. Temo che a casa dovrò faticare per riportarlo ad un regime alimentare accettabile...

martedì 8 agosto 2017

kachkar e rondini

Haghpat
La Famiglia in Cammino è in preda ad un'incontenibile passione per i monasteri armeni. Oggi abbiamo visitato quelli di Haghpat e Sanahin, che hanno più di mille anni. Non si tratta di singole costruzioni, ma di complessi irregolari e cresciuti nei secoli, con l'aggiunta di più edifici appoggiati l'uno all'altro. Hanno altari completamente spogli, pavimenti resi irregolari dalle lapidi antiche, croci e incomp rensibili scritte in armeno scolpite un po' ovunque. Il Piccolo è il primo estimatore, perché i monasteri sono ovviamente in pietra, con mura spesse, e quindi dentro fa un bel fresco e si sta in penombra: l'ideale per il sonnellino. Oggi, al monastero di Haghpat, lo abbiamo parcheggiato con passeggino vicino al portone principale. Lo abbiamo ritrovato nella stessa posizione, con l'espressione beata di chi finalmente si sta godendo il sonno dei giusti. In tutto il viaggio il Piccolo ha sofferto il caldo, di giorno e di notte. Per fortuna ha potuto fare qualche bel sonnellino nei monasteri (dove ultimamente cerchiamo, per quanto sia faticoso e scomodo, di portarlo col passeggino e non con lo zaino, proprio perché possa dormire). 
Il rituale prevede che le donne entrino negli edifici sacri a capo coperto, e quindi solitamente all'entrata sono a disposizione dei foulard per le visitatrici. Dopo un primo momento di disorientamento (Mamma, perché le donne devono coprire i capelli e gli uomini no?) la Grande e la Media si sono lanciate nel gioco con entusiasmo. Scelgono i colori più sgargianti (oggi sono rimaste deluse perché tutti i foulard a disposizione erano bianchi), se li accomodano vezzosamente sulla testa, si aiutano a vicenda ad indossarli. A me l'idea di mettermi in testa (e soprattutto di far mettere alle bambine) dei pezzi di stoffa usati da mille altre persone, e chissà quando lavati l'ultima volta, fa un po' di ribrezzo (il pidocchio è sempre in agguato - pensiero che cerco ogni volta di scacciare - ma non ci riesco mai), e quindi ho un po' di difficoltà a giocare alle principesse. Ma è certamente un mio problema. 
Per la Grande e la Media, altra grande attrazione sono le rondini, che nidificano a decine nelle navate, e quindi ogni ingresso in chiesa è salutato da un pigolare continuo dei piccoli che chiedono da mangiare. Le bambine osservano rapite i becchi aperti, nei nidi, in attesa del cibo. Io temo ogni volta che mamma rondine mi faccia la cacca in testa (e mi copro bene col foulard per limitare eventuali danni), ma è certamente anche questo un problema mio. 
Ultimo grande motivo di interesse sono i ceri. Qui si usano ovunque candele alte e sottili, di cera gialla. Ovviamente il divertimento di accendere la fiammella e posizionare il cero nella vaschetta di sabbia è massimo, condito con quel po' di paura di bruciarsi che rende tutto più interessante. 
Io e il Papà siamo attratti da banalità come l'architettura, il contesto storico, i bassorilievi. Troviamo spettacolari i kachkar, lapidi intagliate con il motivo della croce, che sono un'espressione artistica tipicamente armena. Ma vogliamo paragonare una pietra intagliata con la magia di un nido di rondine o di un sonnellino al fresco?
Siamo tutti appassionati di monasteri. Ognuno, però, ha la sua prospettiva. 

lunedì 7 agosto 2017

il seduttore di cameriere

Haghpat 
Ama le cameriere. Bionde o more, giovani o anziane, quando le vede va in visibilio. Anche perché loro di solito ricambiano. Fanno carezzine, offrono piccoli snack e insomma lo trattano con tutti i riguardi. Soprattutto gli sorridono, sempre, sfoderando spesso un bel luccichio da denti in oro giallo, che a quanto pare in Armenia sono di gran moda. Dal canto suo, il Piccolo si scatena ed esibisce un vasto repertorio: balla muovendo le spalle su una musica immaginaria (o non immaginaria, in base al locale), batte le mani e lancia piccoli urletti. La comparsa della cameriera è accolta, sempre e comunque, come un'epifania. Va precisato, in effetti, che in Armenia i tempi di attesa al ristorante sono biblici (solitamente il personale è decisamente poco rispetto agli standard europei) e quindi anche gli altri componenti della Famiglia in Cammino sono soliti lanciare occhiate speranzose e languide in direzione della porta della cucina. Ma l'atteggiamento del Piccolo è ai limiti del patetico: segue le cameriere con lo sguardo, le chiama (di solito con l'appellativo di "bimba!" - giuro che è vero) e le guarda come se ogni volta avesse avuto un colpo di fulmine. Nonostante il distacco che ostenta, sospetto che il Papà sia segretamente orgoglioso, anche se forse preferirebbe un po' di selezione. Noi donne osserviamo il tutto con sufficienza e guardiamo ossessivamente l'orologio, solitamente in preda ai morsi della fame. Stasera 52 minuti di attesa...