Yeghegnadzor
Amo le lavatrici. Dal Cammino (anzi: dai Cammini) ho imparato a portare pochissimi vestiti e a lavare regolarmente. Ma ho anche imparato la meraviglia di infilare il bucato del giorno in una macchina che farà il lavoro meglio di me, e senza che io debba fare fatica. Non ho nemmeno sensi di colpa ecologici: con il bucato di cinque persone, anche se si tratta di uno-due giorni, il cestello si riempie. Anche in questa pensione (come nell'appartamento di Yerevan) abbiamo la lavatrice a disposizione, nel bagno in comune con gli altri ospiti. Ora il nostro bucato è steso ad asciugare in terrazza, ed io non potrei essere più felice di così. Non mi importa di dover condividere il bagno, né che non ci sia l'aria condizionata (anche se i bambini apprezzerebbero - soprattutto il Piccolo, che si sveglia sudatissimo e assetato). Datemi una lavatrice e sarò una donna in pace. Così mi sento in questo momento. Ora io so bene che quella della lavatrice è una specie di fissazione. Ma so anche che qualsiasi madre con tre, due o un figlio, in viaggio o a casa propria, capisce benissimo quello che intendo.
Questa mattina visita al monastero di Noravank, uno dei più famosi dell'Armenia. Il nucleo più antico risale al nono secolo, mentre la maggior parte del complesso è del tredicesimo. Spiccano, tra gli altri dettagli, un bassorilievo di Cristo con gli occhi a mandorla (era il tempo delle invasioni dei Mongoli) e, sulla facciata di uno degli edifici principali, due scalinate di pietra, la cui salita rappresenta l'ascesa al Cielo, che solo i puri di cuore sono in grado di affrontare. La Grande e la Media evidentemente non hanno dubbi sui propri cuori, perché si lanciano immediatamente sui gradini. Vengono bloccate a metà salita dalle urla materne, e mestamente scendono ben prima di essere arrivate in cima; mugolano di disappunto a più riprese, ma a me questi gradini di pietra, che si arrampicano fin sulla chiesa senza corrimano, sembrano davvero troppo esposti. Contengo i lamenti acquistando una cartolina con l'alfabeto armeno: la Grande è decisa ad imparare la lingua locale per poterci aiutare nella lettura dei segnali stradali, che al momento presenta alcune difficoltà.
Nel pomeriggio visitiamo il caravanserraglio Selim, sull'omonimo passo montano a 2.400 metri di altitudine, e dello stesso periodo del monastero. Il Papà racconta alla bambine la storia dei mercanti che si fermavano a riposarsi lungo la Via della Seta. Racconta dei lunghissimi viaggi verso la Cina, di Marco Polo e del suo soggiorno alla corte del Gran Khan. La Grande è immediatamente affascinata. Guarda le mangiatoie di pietra e le sembra di sentire l'odore dei cavalli. Chiede se sia ancora possibile viaggiare a piedi dall'Europa alla Cina, suggerisce pacatemente l'acquisto del Milione. La Media percorre avanti e indietro il caravanserraglio, sentenzia che è solo una malga di pietra ed esce fuori a raccogliere fiorellini che sbriciola sulla testa del Piccolo. L'incredibile sta nel fatto che il Piccolo è pure contento. Sta seduto sull'erba, ad accarezzarsi la testa piena di polline, e ride a gola spiegata.
giovedì 27 luglio 2017
mercoledì 26 luglio 2017
stepanyorn
Yeghegnadzor
Prima tappa dopo Yerevan, e siamo già in un posto dal nome impronunciabile. La domanda, però, non è nuova; anzi, mi è venuta in mente più volte, nel corso dei nostri viaggi, alla ricerca di eremi sperduti e conventi sulle montagne: cosa può spingere un ragazzo di trent'anni a mollare tutto, tranne una veste lunga e un paio di ciabatte, per vivere da solo su una montagna? L'avrei chiesto oggi a Stepanyorn, se non fossimo stati separati da un'evidente barriera linguistica.
Tutta la zona qui intorno è punteggiata di chiese e monasteri antichissimi. Abbiamo visto quel che rimane del monastero Tanahat: una chiesa in basalto nero, intorno alla quale nel Medioevo c'erano le aule di un'università; oggi solo muri caduti, sterpaglie e lucertole grandi come un braccio, che fanno impazzire la Media e la Grande. Nelle navate della chiesa, nidi di rondini che ci accolgono con un fortissimo pigolare. Poi ci siamo diretti al santuario di Arkaz, che ospita, in una minuscola sala dove si entra solo scalzi, un pezzetto della croce di Cristo. È qui che abbiamo incontrato Stepanyorn. Tutto nero (tonaca, capelli e barba) ma con occhi azzurrissimi, il giovane monaco ci ha letto la storia del santuario in inglese. Solo dopo le prime righe ci siamo accorti che il testo era scritto a lettere armene, e che quindi lui non capiva nemmeno esattamente cosa stesse dicendo (a tratti, in effetti, non lo capivamo nemmeno noi). Stepanyorn sa cantare in latino (e fa sentire alla Grande un pezzo di Canto Gregoriano) ma di inglese non parla una parola; sembra però molto contento di conoscere i bambini; benedice più volte il Piccolo e lo accompagna fin sul sarcofago che custodisce la croce; regala una busta di albicocche alla Grande e alla Media e ci accompagna a vedere la sua cella. È una stanza completamente spoglia: letto, tavolo e sedia. Là per là mi viene in mente sua madre. Mi chiedo come abbia preso la scelta del figlio di arrampicarsi in cima ad una montagna (qui intorno non c'è nulla, ma proprio nel senso di niente, per chilometri e chilometri: solo alture gialle) e chiudere ogni contatto con il mondo per custodire un pezzetto della croce di Gesù chiuso sotto una pietra. Mentre mi agito tra questi pensieri si avvicina l'ora di cena. Rientriamo nella macchina che abbiamo noleggiato questa mattina e torniamo verso la pensione di oggi. Ma cosa spinge un ragazzo di trent'anni a mollare tutto?
Prima tappa dopo Yerevan, e siamo già in un posto dal nome impronunciabile. La domanda, però, non è nuova; anzi, mi è venuta in mente più volte, nel corso dei nostri viaggi, alla ricerca di eremi sperduti e conventi sulle montagne: cosa può spingere un ragazzo di trent'anni a mollare tutto, tranne una veste lunga e un paio di ciabatte, per vivere da solo su una montagna? L'avrei chiesto oggi a Stepanyorn, se non fossimo stati separati da un'evidente barriera linguistica.
Tutta la zona qui intorno è punteggiata di chiese e monasteri antichissimi. Abbiamo visto quel che rimane del monastero Tanahat: una chiesa in basalto nero, intorno alla quale nel Medioevo c'erano le aule di un'università; oggi solo muri caduti, sterpaglie e lucertole grandi come un braccio, che fanno impazzire la Media e la Grande. Nelle navate della chiesa, nidi di rondini che ci accolgono con un fortissimo pigolare. Poi ci siamo diretti al santuario di Arkaz, che ospita, in una minuscola sala dove si entra solo scalzi, un pezzetto della croce di Cristo. È qui che abbiamo incontrato Stepanyorn. Tutto nero (tonaca, capelli e barba) ma con occhi azzurrissimi, il giovane monaco ci ha letto la storia del santuario in inglese. Solo dopo le prime righe ci siamo accorti che il testo era scritto a lettere armene, e che quindi lui non capiva nemmeno esattamente cosa stesse dicendo (a tratti, in effetti, non lo capivamo nemmeno noi). Stepanyorn sa cantare in latino (e fa sentire alla Grande un pezzo di Canto Gregoriano) ma di inglese non parla una parola; sembra però molto contento di conoscere i bambini; benedice più volte il Piccolo e lo accompagna fin sul sarcofago che custodisce la croce; regala una busta di albicocche alla Grande e alla Media e ci accompagna a vedere la sua cella. È una stanza completamente spoglia: letto, tavolo e sedia. Là per là mi viene in mente sua madre. Mi chiedo come abbia preso la scelta del figlio di arrampicarsi in cima ad una montagna (qui intorno non c'è nulla, ma proprio nel senso di niente, per chilometri e chilometri: solo alture gialle) e chiudere ogni contatto con il mondo per custodire un pezzetto della croce di Gesù chiuso sotto una pietra. Mentre mi agito tra questi pensieri si avvicina l'ora di cena. Rientriamo nella macchina che abbiamo noleggiato questa mattina e torniamo verso la pensione di oggi. Ma cosa spinge un ragazzo di trent'anni a mollare tutto?
martedì 25 luglio 2017
prime volte
Yerevan
Dopo quattro mesi di gattonamento, sempre più spericolato e a velocità mai viste, il Piccolo sta conquistando la posizione eretta. Tutto d'un tratto ha abbandonato (quasi) del tutto l'andatura a quattro zampe, e si applica a camminare con la perseveranza di un ricercatore che sente di aver trovato la pista giusta. Cade, si rialza, procede con un'andatura degna del primo Charlot, e sorride sempre, come se stesse compiendo un miracolo. Un po' lo è, in effetti. Il bello è che questo miracolo è tutto armeno e tutto nostro. Se va avanti a questi ritmi, il Piccolo smetterà di barcollare in un paio di settimane; nonni, zii e amici vari lo rivedranno a cambiamento già avvenuto. Sapere di essere gli unici spettatori di questa rivoluzione ci rende più sopportabili alcuni inconvenienti: con il cibo, per esempio, siamo già nella fase "che non lo sappia la pediatra". Lungi dall'apprezzare la cucina armena, che invece è molto interessante (ma su questo anche la Media avrebbe qualcosa da dire), il Piccolo segue le orme della sorella maggiore: tra gli aneddoti della Famiglia in Cammino rientra la dieta "pane e patate fritte" che aveva seguito la Grande otto anni fa in Albania, il viaggio estivo dell'epoca. Il Piccolo si sta comportando più o meno allo stesso modo. Rifiuta perfino il riso in bianco e chiede a gran voce solo patatine, possibilmente accompagnate da Coca Cola (un'infausta, recente scoperta). Io continuo a ripetermi che non sarà un mese di cibo-schifezza a rovinarlo, e mi pulisco la coscienza offrendogli, fra un pasto e l'altro, abbondante frutta. Coltivo la speranza di una svolta e mi auguro che il Piccolo cambi idea sui piatti armeni. Vero è che, all'epoca, la Grande aveva perseverato fino alla fine. Ma si sa che ogni bambino è diverso. Oltre agli esperimenti su due zampe, tra le "prime volte" del Piccolo in questi giorni ci sono anche le giostre (così come era stato per la Grande in Albania): incuriositi dalle foto sulla guida, oggi siamo andati a vedere la ferrovia per bambini di Yerevan, realizzata in epoca sovietica a scopo didattico. Come tutte le vestigia sovietiche, anche la ferrovia è fatiscente, ma sulla locomotiva campeggia ancora la stella rossa e i binari sembrano quelli di un vero treno, il che rende il tutto davvero affascinante, inclusi i rumori poco rassicuranti del treno in movimento. Intorno alla stazione c'è un vecchio luna-park, dove ci siamo fermati una mezz'ora, le ragazze in autoscontro, il Piccolo su un'automobilina a gettoni. In giornata, visita al museo dei manoscritti antichi e a quello di storia dell'Armenia. La Famiglia in Cammino, si sa, è eclettica.
Dopo quattro mesi di gattonamento, sempre più spericolato e a velocità mai viste, il Piccolo sta conquistando la posizione eretta. Tutto d'un tratto ha abbandonato (quasi) del tutto l'andatura a quattro zampe, e si applica a camminare con la perseveranza di un ricercatore che sente di aver trovato la pista giusta. Cade, si rialza, procede con un'andatura degna del primo Charlot, e sorride sempre, come se stesse compiendo un miracolo. Un po' lo è, in effetti. Il bello è che questo miracolo è tutto armeno e tutto nostro. Se va avanti a questi ritmi, il Piccolo smetterà di barcollare in un paio di settimane; nonni, zii e amici vari lo rivedranno a cambiamento già avvenuto. Sapere di essere gli unici spettatori di questa rivoluzione ci rende più sopportabili alcuni inconvenienti: con il cibo, per esempio, siamo già nella fase "che non lo sappia la pediatra". Lungi dall'apprezzare la cucina armena, che invece è molto interessante (ma su questo anche la Media avrebbe qualcosa da dire), il Piccolo segue le orme della sorella maggiore: tra gli aneddoti della Famiglia in Cammino rientra la dieta "pane e patate fritte" che aveva seguito la Grande otto anni fa in Albania, il viaggio estivo dell'epoca. Il Piccolo si sta comportando più o meno allo stesso modo. Rifiuta perfino il riso in bianco e chiede a gran voce solo patatine, possibilmente accompagnate da Coca Cola (un'infausta, recente scoperta). Io continuo a ripetermi che non sarà un mese di cibo-schifezza a rovinarlo, e mi pulisco la coscienza offrendogli, fra un pasto e l'altro, abbondante frutta. Coltivo la speranza di una svolta e mi auguro che il Piccolo cambi idea sui piatti armeni. Vero è che, all'epoca, la Grande aveva perseverato fino alla fine. Ma si sa che ogni bambino è diverso. Oltre agli esperimenti su due zampe, tra le "prime volte" del Piccolo in questi giorni ci sono anche le giostre (così come era stato per la Grande in Albania): incuriositi dalle foto sulla guida, oggi siamo andati a vedere la ferrovia per bambini di Yerevan, realizzata in epoca sovietica a scopo didattico. Come tutte le vestigia sovietiche, anche la ferrovia è fatiscente, ma sulla locomotiva campeggia ancora la stella rossa e i binari sembrano quelli di un vero treno, il che rende il tutto davvero affascinante, inclusi i rumori poco rassicuranti del treno in movimento. Intorno alla stazione c'è un vecchio luna-park, dove ci siamo fermati una mezz'ora, le ragazze in autoscontro, il Piccolo su un'automobilina a gettoni. In giornata, visita al museo dei manoscritti antichi e a quello di storia dell'Armenia. La Famiglia in Cammino, si sa, è eclettica.
lunedì 24 luglio 2017
non potevano parlare
Yerevan
Alloggiamo in un gigantesco, fatiscente palazzo di fabbricazione sovietica. A parte le vecchiette che vendono frutta in cortile, gli anziani schierati in fila per due a giocare a scacchi, i manifesti pubblicitari attaccati e strappati per le scale (scale che definire pericolanti è un eufemismo), la cosa più divertente è l'ascensore: una scatoletta minuscola e traballante, ma questo sarebbe niente; il fatto è che le porte si aprono e si chiudono nel giro di pochissimi secondi; poiché non ci sono fotocellule (figurarsi), alla Mamma chiudifila è già toccato più di una volta di sentirsi strizzare, fra le risate dei quattro quinti della famiglia (anche il Piccolo, sì). Uno potrebbe chiedersi se, dato l'elevato rischio di lussazione di una spalla materna, non sia preferibile salire le scale. Ma poiché siamo al quinto piano, le scale sono quelle che sono e abbiamo il passeggino, la risposta è piuttosto chiara.
Dunque, compiuto anche questa mattina il salto fuori dall'ascensore, e volendo controbilanciare le scorribande di ieri con una visita culturale, ci siamo diretti al monumento che ricorda il genocidio armeno. Il complesso, in posizione dominante sulla città, è costituito da un obelisco a punta, alto più di quaranta metri (la guida lo definisce "proteso verso il cielo") e un grande mausoleo di pietra che custodisce una fiamma perpetua. Ogni anno, nel giorno in cui si celebra la ricorrenza (24 aprile), il mausoleo si riempie di rose. Oggi c'era solo qualche mazzo deposto a terra. Intorno, una foresta di sempreverdi piantati da governi, delegazioni e ministri di tutto il mondo a ricordo dell'olocausto armeno. Il tutto, ovviamente, ha richiesto una serie di spiegazioni per la Grande e la Media, che sono rimaste vivamente impressionate dal monumento. Provavano a leggere i nomi dei villaggi armeni rastrellati con le armi, cercavano le piante messe a dimora da italiani, si fermavano incantate davanti al fuoco eterno. Io me la cavo abbastanza bene sull'esposizione dei fatti. Parliamo anche della Prima Guerra Mondiale, cerchiamo analogie e differenze tra questo massacro e la shoah. Spiego anche l'origine di un termine difficile è terribile: "genocidio". Mi blocco, però, di fronte alla domanda più difficile; me la pone la Grande: Non potevano provare a parlare, invece di ammazzare donne e bambini?
Alloggiamo in un gigantesco, fatiscente palazzo di fabbricazione sovietica. A parte le vecchiette che vendono frutta in cortile, gli anziani schierati in fila per due a giocare a scacchi, i manifesti pubblicitari attaccati e strappati per le scale (scale che definire pericolanti è un eufemismo), la cosa più divertente è l'ascensore: una scatoletta minuscola e traballante, ma questo sarebbe niente; il fatto è che le porte si aprono e si chiudono nel giro di pochissimi secondi; poiché non ci sono fotocellule (figurarsi), alla Mamma chiudifila è già toccato più di una volta di sentirsi strizzare, fra le risate dei quattro quinti della famiglia (anche il Piccolo, sì). Uno potrebbe chiedersi se, dato l'elevato rischio di lussazione di una spalla materna, non sia preferibile salire le scale. Ma poiché siamo al quinto piano, le scale sono quelle che sono e abbiamo il passeggino, la risposta è piuttosto chiara.
Dunque, compiuto anche questa mattina il salto fuori dall'ascensore, e volendo controbilanciare le scorribande di ieri con una visita culturale, ci siamo diretti al monumento che ricorda il genocidio armeno. Il complesso, in posizione dominante sulla città, è costituito da un obelisco a punta, alto più di quaranta metri (la guida lo definisce "proteso verso il cielo") e un grande mausoleo di pietra che custodisce una fiamma perpetua. Ogni anno, nel giorno in cui si celebra la ricorrenza (24 aprile), il mausoleo si riempie di rose. Oggi c'era solo qualche mazzo deposto a terra. Intorno, una foresta di sempreverdi piantati da governi, delegazioni e ministri di tutto il mondo a ricordo dell'olocausto armeno. Il tutto, ovviamente, ha richiesto una serie di spiegazioni per la Grande e la Media, che sono rimaste vivamente impressionate dal monumento. Provavano a leggere i nomi dei villaggi armeni rastrellati con le armi, cercavano le piante messe a dimora da italiani, si fermavano incantate davanti al fuoco eterno. Io me la cavo abbastanza bene sull'esposizione dei fatti. Parliamo anche della Prima Guerra Mondiale, cerchiamo analogie e differenze tra questo massacro e la shoah. Spiego anche l'origine di un termine difficile è terribile: "genocidio". Mi blocco, però, di fronte alla domanda più difficile; me la pone la Grande: Non potevano provare a parlare, invece di ammazzare donne e bambini?
domenica 23 luglio 2017
vardavar
Yerevan
Il vicino di tavolo del bar questa mattina ci aveva avvertito: Oggi è la festa d'estate, attenti alle secchiate d'acqua! Noi avevamo anche letto di questa tradizione sulla guida, ma senza darci troppo peso. Chi mai potrebbe lanciare un gavettone gelido su una simpatica famiglia a spasso? Quindi la prima doccia ci coglie impreparate, la Media e me: un giovanotto armato di secchio corre fuori dal suo negozio e ci prende in pieno con l'acqua. Là per là penso che ho la macchina fotografica al braccio, che la Media si sente male (ogni inizio di viaggio è salutato con uno o più episodi di vomito: oggi tocca a lei) e che lo schizzo avrebbe potuto investire il Piccolo, e quindi urlo. Il ragazzo evidentemente non capisce nulla, ma corre a rifugiarsi nel negozio. Anche perché il Papà, pure lui preoccupato per la Media, rincara la dose di imprecazioni. Dopo poco capiamo che l'intera città è in preda ad una specie di delirio: ragazzi armati di secchi corrono in tutte le direzioni, la gente si affaccia al balcone e butta acqua sugli sconosciuti che passano di sotto, ai semafori vengono prese di mira perfino le auto con i finestrini abbassati. Oggi Vardavar è la festa della Trasfigurazione e cade 14 settimane dopo Pasqua, ma in origine era la festa pagana di Astghik, dea della fecondità e della bellezza. Una specie di Afrodite, insomma, il cui culto era associato alla natura lussureggiante e all'estate. Sia come sia, oggi sottrarsi ai gavettoni è impossibile in tutta l'Armenia, a meno di non tapparsi in casa. Rimaniamo in appartamento per qualche ora, finché la Media non si ristabilisce; pisolino, sali reidratanti e poi sia lei sia la Grande fremono per unirsi alla baraonda. Gettare e gettarsi acqua addosso, per strada e tutte vestite, è una specie di apoteosi del proibito. Noi tentiamo una blanda resistenza, ma poi acquistiamo due pistole ad acqua e ci dirigiamo in piazza della Repubblica, che è il centro del delirio perché dominata da un'enorme fontana, per l'occasione diventata piscina collettiva. Le ragazze sono in visibilio. Si lanciano verso la fontana, svuotano e riempiono i serbatoi a ritmi forsennati, scuotono le chiome gocciolanti e strizzano le gonne. Si uniscono perfino ad una banda di ragazzini scalmanati e sono a buon diritto partecipi della baldoria. Naturalmente anche io e il Papà siamo bagnati dalla testa ai piedi; il Piccolo viene fortunatamente risparmiato. Mentre torniamo a casa prima di cena, per asciugarci e stendere i vestiti, io penso che per fortuna Vardavar è solo una volta all'anno. Alla Grande e alla Media, invece, l'Armenia sembra già un paradiso.
Il vicino di tavolo del bar questa mattina ci aveva avvertito: Oggi è la festa d'estate, attenti alle secchiate d'acqua! Noi avevamo anche letto di questa tradizione sulla guida, ma senza darci troppo peso. Chi mai potrebbe lanciare un gavettone gelido su una simpatica famiglia a spasso? Quindi la prima doccia ci coglie impreparate, la Media e me: un giovanotto armato di secchio corre fuori dal suo negozio e ci prende in pieno con l'acqua. Là per là penso che ho la macchina fotografica al braccio, che la Media si sente male (ogni inizio di viaggio è salutato con uno o più episodi di vomito: oggi tocca a lei) e che lo schizzo avrebbe potuto investire il Piccolo, e quindi urlo. Il ragazzo evidentemente non capisce nulla, ma corre a rifugiarsi nel negozio. Anche perché il Papà, pure lui preoccupato per la Media, rincara la dose di imprecazioni. Dopo poco capiamo che l'intera città è in preda ad una specie di delirio: ragazzi armati di secchi corrono in tutte le direzioni, la gente si affaccia al balcone e butta acqua sugli sconosciuti che passano di sotto, ai semafori vengono prese di mira perfino le auto con i finestrini abbassati. Oggi Vardavar è la festa della Trasfigurazione e cade 14 settimane dopo Pasqua, ma in origine era la festa pagana di Astghik, dea della fecondità e della bellezza. Una specie di Afrodite, insomma, il cui culto era associato alla natura lussureggiante e all'estate. Sia come sia, oggi sottrarsi ai gavettoni è impossibile in tutta l'Armenia, a meno di non tapparsi in casa. Rimaniamo in appartamento per qualche ora, finché la Media non si ristabilisce; pisolino, sali reidratanti e poi sia lei sia la Grande fremono per unirsi alla baraonda. Gettare e gettarsi acqua addosso, per strada e tutte vestite, è una specie di apoteosi del proibito. Noi tentiamo una blanda resistenza, ma poi acquistiamo due pistole ad acqua e ci dirigiamo in piazza della Repubblica, che è il centro del delirio perché dominata da un'enorme fontana, per l'occasione diventata piscina collettiva. Le ragazze sono in visibilio. Si lanciano verso la fontana, svuotano e riempiono i serbatoi a ritmi forsennati, scuotono le chiome gocciolanti e strizzano le gonne. Si uniscono perfino ad una banda di ragazzini scalmanati e sono a buon diritto partecipi della baldoria. Naturalmente anche io e il Papà siamo bagnati dalla testa ai piedi; il Piccolo viene fortunatamente risparmiato. Mentre torniamo a casa prima di cena, per asciugarci e stendere i vestiti, io penso che per fortuna Vardavar è solo una volta all'anno. Alla Grande e alla Media, invece, l'Armenia sembra già un paradiso.
sabato 22 luglio 2017
previsioni errate
Yerevan
Rimaneva il terrore del volo: fatto a tutti il vaccino per l'epatite, inserito un ciuccio di riserva in ogni tasca, il viaggio di andata era la preoccupazione più grossa. Il primo motivo è che - ma sì, confessiamolo - un po' di paura di volare mi è sempre rimasta, e questo nonostante la baldanza di chi dice, statistiche alla mano, che un pezzo di autostrada in macchina è ben più pericoloso di una tratta di aereo. È una frase che uso spesso anch'io; ma vallo a spiegare al mio inconscio, sempre saldamente ancorato a terra.
Il secondo motivo di terrore erano gli orari del volo: partenza da Bergamo alle 4.40 per Kiev. Due ore e mezza per aria (sì, ma il tratto di autostrada... eccetera), stop di due ore, poi altre due ore e mezza da Kiev a Yerevan. Il tutto in notturna, senza mai dormire (siamo usciti di casa a mezzanotte, giusto una decina di minuti dopo aver raffazzonato il bagaglio) e con il Piccolo da gestire sempre in braccio, poiché lui ancora non ha diritto al posto.
Contrariamente a qualasiasi previsione, il Piccolo ha urlato di gioia entrando in aereo, ha teso un'inutile imboscata ai (pochi) capelli del signore seduto davanti, ha deciso che le cinture di sicurezza sono noiose, e ha trascorso quasi tutto il viaggio dormendo. Io sono scesa con le gambe totalmente anchilosate e un bisogno tremendo di far pipì: per tutto il tempo non ho potuto muovere un muscolo (figuriamoci alzarmi dal posto) ma almeno ho evitato il terribile stress delle urla del neonato in cabina. Sempre contro qualsiasi previsione, la parte difficile è al momento in corso: sono le dieci e mezza e lui non vuole saperne di chiudere occhio, nonostante due ore di tentativi materni (invero non sempre pazienti). La Grande e la Media sono a letto da un pezzo, perfino il Papà ha ceduto. Io, a forza di cullare il dolce angioletto, adesso ho le braccia a pezzi, e prego di non trascorrere un'altra notte insonne: fuori Yerevan ci aspetta.
Rimaneva il terrore del volo: fatto a tutti il vaccino per l'epatite, inserito un ciuccio di riserva in ogni tasca, il viaggio di andata era la preoccupazione più grossa. Il primo motivo è che - ma sì, confessiamolo - un po' di paura di volare mi è sempre rimasta, e questo nonostante la baldanza di chi dice, statistiche alla mano, che un pezzo di autostrada in macchina è ben più pericoloso di una tratta di aereo. È una frase che uso spesso anch'io; ma vallo a spiegare al mio inconscio, sempre saldamente ancorato a terra.
Il secondo motivo di terrore erano gli orari del volo: partenza da Bergamo alle 4.40 per Kiev. Due ore e mezza per aria (sì, ma il tratto di autostrada... eccetera), stop di due ore, poi altre due ore e mezza da Kiev a Yerevan. Il tutto in notturna, senza mai dormire (siamo usciti di casa a mezzanotte, giusto una decina di minuti dopo aver raffazzonato il bagaglio) e con il Piccolo da gestire sempre in braccio, poiché lui ancora non ha diritto al posto.
Contrariamente a qualasiasi previsione, il Piccolo ha urlato di gioia entrando in aereo, ha teso un'inutile imboscata ai (pochi) capelli del signore seduto davanti, ha deciso che le cinture di sicurezza sono noiose, e ha trascorso quasi tutto il viaggio dormendo. Io sono scesa con le gambe totalmente anchilosate e un bisogno tremendo di far pipì: per tutto il tempo non ho potuto muovere un muscolo (figuriamoci alzarmi dal posto) ma almeno ho evitato il terribile stress delle urla del neonato in cabina. Sempre contro qualsiasi previsione, la parte difficile è al momento in corso: sono le dieci e mezza e lui non vuole saperne di chiudere occhio, nonostante due ore di tentativi materni (invero non sempre pazienti). La Grande e la Media sono a letto da un pezzo, perfino il Papà ha ceduto. Io, a forza di cullare il dolce angioletto, adesso ho le braccia a pezzi, e prego di non trascorrere un'altra notte insonne: fuori Yerevan ci aspetta.
venerdì 21 luglio 2017
nuovi passi
In effetti non ricordo di aver mai terminato un bagaglio. Arriva, molto prima della conclusione, il momento in cui sono stufa. Allora infilo nella borsa arancione le ultime cose che ho in mano e decido che va bene così. Quel momento è appena arrivato. E coincide, tra l'altro, con l'ora di infilarsi le scarpe e andare a chiamare i bambini: iniziamo un nuovo viaggio, diretti in Armenia. Stanotte voliamo su Kiev e poi a Yerevan.
Niente peluche nel bagaglio di quest'anno: né la Grande né la Media ne hanno fatto richiesta. E nemmeno ci sono, con sollievo di entrambe, i libri per le vacanze. In compenso abbiamo le creme antirughe per la Mamma, ciucci infilati in ogni angolo (ogni anno ho un terrore che sovrasta tutti gli altri: stavolta il terrore è smarrire il ciuccio del Piccolo) e Voltaren che ci accompagna dei tempi del Cammino. Sempre dai tempi del Cammino conservo l'abitudine di portare pochissimo vestiario: pantaloni lunghi e corti, due magliette a testa, e l'intenzione di fare il bucato ogni sera, perché niente è più bello che muoversi leggeri. Ripartiamo dal punto in cui ci siamo interrotti l'anno scorso: Mi sono iscritto a danza, l'ho fatto per la panza è ancora la nostra canzone preferita, e il Piccolo continua a ridere ad ogni assalto, non sempre amichevole, delle sue sorelle. Altre cose che lo fanno ridere sono i cani, le pentole sbattute l'una contro l'altra e il solletico sotto le ascelle. Negli ultimi giorni, al mare in Toscana, il Piccolo ha anche cominciato a camminare: è proprio l'ora di partire di nuovo.
Niente peluche nel bagaglio di quest'anno: né la Grande né la Media ne hanno fatto richiesta. E nemmeno ci sono, con sollievo di entrambe, i libri per le vacanze. In compenso abbiamo le creme antirughe per la Mamma, ciucci infilati in ogni angolo (ogni anno ho un terrore che sovrasta tutti gli altri: stavolta il terrore è smarrire il ciuccio del Piccolo) e Voltaren che ci accompagna dei tempi del Cammino. Sempre dai tempi del Cammino conservo l'abitudine di portare pochissimo vestiario: pantaloni lunghi e corti, due magliette a testa, e l'intenzione di fare il bucato ogni sera, perché niente è più bello che muoversi leggeri. Ripartiamo dal punto in cui ci siamo interrotti l'anno scorso: Mi sono iscritto a danza, l'ho fatto per la panza è ancora la nostra canzone preferita, e il Piccolo continua a ridere ad ogni assalto, non sempre amichevole, delle sue sorelle. Altre cose che lo fanno ridere sono i cani, le pentole sbattute l'una contro l'altra e il solletico sotto le ascelle. Negli ultimi giorni, al mare in Toscana, il Piccolo ha anche cominciato a camminare: è proprio l'ora di partire di nuovo.
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