martedì 31 luglio 2018

più su, fino al ghiaccio

Ushguli - lunedì 30 luglio
La Famiglia in cammino è autarchica: non rifuggiamo incontri con altri viaggiatori, ma ad essere sinceri non li cerchiamo. Bastiamo a noi stessi, siamo un gruppo numeroso e nessuno si aggiunge mai. Ieri sera, tuttavia, la Grande e la Media hanno giocato a calcio con alcuni altri ospiti della pensione. Questa mattina, al tavolo della colazione, uno di loro si è avvicinato e ci ha chiesto di  venire con noi nella camminata al ghiacciaio. Partendo a piedi da Ushguli, dopo circa quattro ore di buon passo si arriva fino alla lingua di ghiaccio perenne. La distanza c'è, ma il dislivello non è molto (circa 300 metri). Il percorso ci sembra fattibile ma i miei amici - dice il ragazzo - non se la sentono. Noi siamo colpiti dal suo coraggio (chi mai vorrebbe aggregarsi a una famiglia con tre bambini?) e ci facciamo volentieri accompagnare. La Grande e la Media lo hanno già preso in simpatia: la Media per il suo entusiasmo a pallone, la Grande perché può esercitare il suo inglese in vere conversazioni, visto che Seraphim viene dagli Stati Uniti. In viaggio fare amicizia è più facile, e quindi comincia subito lo scambio di sogni. All'inizio Seraphim e la Grande fantasticano su come sarebbe bello essere una mucca: qui in Georgia ne abbiamo viste a centinaia, e la nostra gita inizia in compagnia di una numerosa mandria. Mentre ci facciamo largo fra corna e campanacci il nostro amico, insieme alla Grande, scherza sulle meraviglie di una vita da mucca: vita all'aria aperta, nessun lavoro, nessuno stress. Il pericolo della trasformazione in hamburger non sembra turbarli, e nel frattempo continuiamo la marcia sul sentiero. La Grande chiacchiera sempre più spedita, la Media è meno fluente ma anche lei partecipe. Arriva il momento dei sogni veri: la Grande vorrebbe diventare magistrato; ha il mito di Giovanni Falcone e le sembra impossibile che un adulto qualsiasi non lo conosca. Coglie al volo l'occasione per raccontarlo, aggiungendo che fra qualche anno anche lei contribuirà alla lotta alla mafia.
Man mano che si sale, la vegetazione diventa meno rigogliosa. Il sentiero finisce ed iniziamo a camminare sui sassi. Siamo circondati da rivoli di acqua ghiacciata, risultato dello scioglimento. In lontananza vediamo la lingua di ghiaccio che sembra venire verso di noi, preceduta da una corrente di aria fredda. Il Piccolo, che porto sulle spalle, si rannicchia contro la mia schiena.
Seraphim dice che trovava noioso il proprio lavoro in un'azienda informatica. Ha mollato tutto, si è fatto dare la liquidazione ed è partito, al momento senza una data di rientro; ha studiato lingue e ama l'inglese: il suo sogno è insegnarlo ai nativi americani: Nelle riserve esistono scuole - dice - ma nessuno ci vuole andare. Troppo lontano, troppo scomodo.
Continuiamo a camminare sui sassi, ma ci rendiamo conto che il ghiaccio è sotto di noi. Tra le rocce spuntano chiazze bianche, scorrono torrentelli, si trovano ghiaccioli: Aaaahhhh! - urla il Piccolo leccandone uno - è troppo freddo!
La Media vuole diventare ingegnere. Il nostro amico americano obietta che il lavoro in cantiere può essere sporco. Lei ribatte che il problema non ci sarà, tanto si dedicherà alla costruzione di edifici: Un lavoro - precisa - molto più pulito.
Arriviamo ad una gigantesca lingua di ghiaccio. È un enorme blocco da cui rotolano massi e scendono piccoli ruscelli, molti dei quali confluiscono in un torrente. Ci fermiamo a mangiare un po' di pane e frutta. Lo spettacolo ci lascia ammutoliti. Sulla via del ritorno incontriamo l'ennesimo randagio amichevole. Chiede le nostre carezze, ci segue per un tratto e poi sparisce fra le rocce. Io penso che mi piacerebbe tornare qui fra qualche anno, se l'ingegnere e il magistrato riusciranno a far coincidere le ferie...

domenica 29 luglio 2018

strada per il medioevo

Ushguli
La Grande fotografa la situazione dopo circa trenta chilometri, percorsi in poco meno di due ore: È un posto dimenticato da Dio - dice semplicemente. Ha perfettamente ragione: ad Ushguli arriviamo dopo altri dieci sudati chilometri e un'altra ora di viaggio. Le condizioni della strada sono inconcepibili per un occidentale: quella che sulla carta appare come una strada bianca, ma carrozzabile, è molto peggio della peggiore fra le nostre forestali. Ci sono buche enormi, pezzi in cui la carreggiata è crollata, restringimenti, guadi, passaggi nel fango, strapiombi. A tratti ci sembra impossibile che una mulattiera così malridotta possa davvero portare da qualche parte. Il margine della strada è punteggiato di piccole edicole con croci, una per ogni defunto. Il paradosso è che la prima causa di morte sulla strada qui è l'alcol. Del resto, se non si hanno i riflessi pronti può essere molto facile incappare in un fatale errore. Eppure, per ricordare chi è caduto nel burrone, spesso vicino alle edicole si lasciano bottiglie vuote di birra.
La situazione è vagamente stressante, ma ha degli aspetti divertenti. Quindi mi metto al volante e guido per tutto il tempo. La macchina risponde benissimo, i bambini urlano di gioia ad ogni salto (e quindi, visto il numero delle buche, arriviamo a destinazione con le orecchie intronate) e io mi godo il brivido di una vera strada georgiana. La meta - il posto dimenticato da Dio - è il villaggio abitato più alto d'Europa: quota 2200 metri, al termine di una strada splendida e maledetta, isolato per sei mesi l'anno. Ci vivono una settantina di coraggiose famiglie, c'è un presidio medico, una piccola scuola e tanti hotel familiari che sembrano rifugi di montagna. Ushguli, patrimonio dell'umanità, ha l'aspetto di una fortezza: quasi ogni edificio, e sono tutti in pietra, ha una sua torre di avvistamento. In tutto sono circa duecento, la maggior parte di epoca medievale. Ci sistemiamo in una piccola guesthouse di legno e pietra. Gli ambienti sono tutti angusti e quindi prendiamo due minuscole doppie, con bagno ovviamente dall'altra parte dell'edificio. Rincorro il Piccolo perché non si tuffi nel fango intorno al pozzo (o direttamente nel pozzo), poi lo afferro un attimo prima che metta le mani in bocca ad un maiale di passaggio. La Grande e la Media nel frattempo hanno trovato una palla e giocano a calcio urlando: ci siamo già fatti riconoscere.

sabato 28 luglio 2018

il principe sul cavallo bianco

Becho
Mi sono sempre rivolta anche alla Grande e alla Media chiamando ognuna di loro "principessa". Il Piccolo, tuttavia, è stato il primo ad interiorizzare la condizione di "principe". Io sono una primogenita, e come tale mi sento responsabile di chiunque si trovi nel raggio di un chilometro, ho la mania del controllo e non mi aspetto niente da nessuno. Ma se rinasco vorrei rinascere terzogenita, per poter essere testarda, coccolata e sicura del mio sangue blu; a lui capita perfino di esternare la sua regale condizione quando qualcuno gli chiede come si chiama: La mamma - ha risposto più di una volta - mi chiama Principe...
Immagino sia questo il motivo per cui oggi ha riconosciuto come proprio il cavallo bianco, simile a quelli che si vedono nelle illustrazioni delle fiabe. Ed è voluto salire in groppa a quello per qualche tratto di passeggiata. Per inciso, so benissimo che un bambino di due anni non dovrebbe andare a cavallo. A mia discolpa, però, posso dire che il Papà gli è rimasto accanto tutto il tempo, che le foto sono venute benissimo e che... la gioia era troppa per dirgli di no.
Alloggiamo in una pensione in famiglia. Una grande casa che ospita un numero indefinibile di bambini (e di generazioni diverse, ma non abbiamo ben capito i rapporti reciproci) e poi gatti, cani, mucche e galline. Attraverso i proprietari abbiamo organizzato un'escursione a cavallo sui sentieri della zona. Siamo riusciti a capirci sul numero delle cavalcature: ne volevamo due. Un baio femmina che ha cavalcato la Grande e il maschio bianco che ha scelto la Media, cedendolo per qualche tratto al Piccolo. A questi si è aggiunto un puledro, figlio della giumenta, che è venuto con noi solo per sgambettare (e per ciucciare ogni tanto un po' di latte dalla madre). Purtroppo non ci siamo intesi sulla durata dell'escursione: mentre noi pensavamo ad un giretto di un'ora o poco più, i padroni di casa (e la guida, che è rimasta con noi tutto il tempo, ma parlava solo georgiano) hanno capito che saremmo voluti rimanere fuori tutto il giorno. Quindi ci siamo trovati ben distanti da casa, sotto il sole cocente, con pochissima acqua, niente cibo e il Piccolo nello zaino da troppo tempo, con conseguenti scatti nervosi: purtroppo il principe non ama essere trasportato a spalla. Alla mancanza d'acqua siamo fortunatamente riusciti a porre rimedio bevendo dal torrente (ho preferito non farmi domande), mentre la fame ce la siamo tenuta. In compenso abbiamo goduto di uno spettacolo grandioso. Circa sei ore a piedi coi cavalli in mezzo alle montagne del Caucaso. E io non so se sia una questione psicologica, ma il Caucaso ci appare veramente grandioso, veramente imponente, maestoso e pauroso. In questo scenario, oggi solo nostro (non abbiamo incontrato nessun altro escursionista) oggi c'erano due principesse amazzoni e un principe sul suo cavallo bianco. Abbiamo guadato torrenti, attraversato ponti, siamo passati su sentieri esposti e panoramici. La fame e la sete non le abbiamo (quasi) sentite.

venerdì 27 luglio 2018

randagi

Becho
Ai cani randagi mi sono dovuta rassegnare. Ce ne sono praticamente ovunque; molti sono amichevoli, il che ha sicuramente un lato positivo - fino ad oggi la mia prole non è stata divorata - ma ne ha anche uno negativo: divenuti un po' randagi anche loro, i miei figli hanno accarezzato in questi giorni più cani sconosciuti di quanto non avessero fatto nel resto della loro vita. Di solito vige il divieto assoluto di familiarizzare con qualsivoglia animale, ma in viaggio anche i freni materni diventano un po' più deboli. Speriamo che il frutto di tutto questo siano solo un po' di anticorpi.
Oggi lunga giornata di trasferimento in auto, dalla caldissima Kutaisi (dove abbiamo visitato il monastero di Gelati - e mi sono guadagnata un'occhiata di fuoco dal monaco di passaggio, visto che il Piccolo correva a rotta di collo nella chiesa della Natività) alle montagne dello Svaneti. Pare che si tratti della più georgiana fra le regioni della Georgia: Caucaso profondo e rurale. In tutto circa 250 chilometri di viaggio; non sembra molto, ma non bisogna farsi ingannare. Non di autostrada a tre corsie si tratta, ma di un percorso in sali e scendi, tutto curve e con lunghi tratti sterrati. Il nostro fuoristrada ha affrontato benissimo la situazione, ma poiché la strada è classificata come una delle più pericolose del Paese, il Papà ha guidato con particolare prudenza. Il fatto divertente è che alcuni punti della carreggiata sono crollati per decine di metri nei burroni sottostanti, e non sempre il fatto che manchino pezzi di strada è ben segnalato. Divertente a pensarci adesso che siamo arrivati, ma durante la giornata un po' meno.
Molte merende da mangiare in macchina - non sappiamo mai se e quando troveremo un punto di ristoro - e pranzo alle 16, in un bar con tavolini colorati a bordo strada. Qui siamo stati avvicinati dal primo cucciolo della giornata: un cagnolino nero per cui i bambini sono impazziti (il Piccolo e la Media si rotolavano letteralmente a terra); il randagio è invece impazzito quando sul tavolo sono arrivati i nostri kachapuri al formaggio. Incredibile l'abilità di salto che può avere un cagnolino minuscolo. Dopo averlo lasciato a malincuore per tornare in macchina, siamo saliti tornante dopo tornante a Becho. Siamo di nuovo tra le montagne, ma per fortuna non fa così freddo come qualche giorno fa a Gergeti. Alloggiamo nella guesthouse di una famiglia con bambini. Qui troviamo il secondo cagnolino della giornata, che gironzola intorno al tavolo per tutto il tempo della cena, leccando i piedi di noi tutti e mandando in visibilio i bambini. Ci sono poi cani, maiali, gatti e non so che altri animali da cortile. Tutti amichevoli, tutti accarezzabili, tutti luridi. Ma ormai mi sono (quasi) abituata al fatto che siano un po' randagi anche la Grande, la Media e il Piccolo...

giovedì 26 luglio 2018

le grotte di prometeo

Kutaisi
Il Piccolo ha notoriamente una sensibilità tutta sua: per lui il momento migliore è stato il ritorno al parcheggio, quando l'autista del bus-navetta gli ha permesso di sedersi vicino al posto di guida. L'esperienza è durata in totale due minuti, ma ha scatenato pericolose conseguenze a lungo termine. Per evidente associazione di idee, nel corso delle successive due ore il Piccolo non ha fatto altro che parlare del suo sogno: guidare il camion della nettezza urbana. Mamma - diceva estatico - quando divento grande mi compri un camion tutto per me? Un camion delle immondizie? Così raccolgo le immondizie col camion e le porto via? Mamma? Mamma? Quando divento grande mi compri un camion?
Ha smesso solo di fronte al piatto di pasta al pomodoro preparato dal Papà in omaggio ai suoi desideri (l'ostello dove dormiamo ha la cucina in comune e quindi abbiamo potuto preparare la cena). Per la cronaca, la Grande, la Media e il Piccolo hanno mangiato più di cento grammi a testa di penne. Un vero omaggio alla cucina italica.
A differenza dell'aspirante autista di camion, i quattro quinti della famiglia erano incantati per ciò che avevano visto prima del bus-navetta: oggi siamo scesi nelle cosiddette Grotte di Prometeo, una meraviglia naturale. Sono state scoperte negli anni Ottanta, poiché le autorità sovietiche cercavano rifugi antiaerei sotterranei. Sono poi rimaste chiuse per mancanza di fondi, quindi riaperte da una decina d'anni, con un percorso curatissimo che si snoda per un chilometro e mezzo sottoterra. Le grotte sono un tripudio di stalattiti, stalagmiti, formazioni rocciose di tutte le forme, laghi sotterranei. Per completare il percorso occorre più di un'ora, e alcuni passaggi sono letteralmente mozzafiato, con sedici diverse camere, alcune delle quali di dimensioni spaventose. La stanza più grande è quella che dà il nome alle grotte ed è dedicata alla figura di Prometeo, che secondo le leggende locali fu incatenato qui. È già la seconda volta in pochi giorni che passiamo da un luogo in cui si dice che fu punito Prometeo, figura che personalmente amo molto. Approfitto per raccontare di nuovo la leggenda del fuoco rubato per gli uomini e della sfida agli dei. Ormai le ragazze conoscono il mito meglio di me, ma raccontarcelo in questo scenario surreale ha qualcosa di magico. Altre grandi camere sono legate a Medea e al mito degli Argonauti in cerca del vello d'oro. Questa zona, anticamente nota come Colchide e considerata terra favolosamente ricca, era la patria di Eete, il re che possedeva il mitico vello d'oro, di cui la spedizione di Giasone voleva impossessarsi. Gli Argonauti furono aiutati da Medea, figlia di Eeta e dunque principessa della Colchide. Faccio cenno anche al mito di Medea, ma oggi è la roccia a dare spettacolo, con la Media che allunga le mani per toccare le formazioni calcaree e la Grande che continua a chiedermi di fotografare: vorrebbe stampare delle immagini per i suoi compagni di classe, visto che quest'anno l'insegnante di scienze ha trattato l'argomento delle stalattiti e delle stalagmiti. Usciamo dalle grotte pieni di stupore. Parliamo dei laghi e dei fiumi sotterranei, ricordiamo le forme incredibili assunte da alcune rocce.
Poi il Papà scola la pasta e cala il silenzio.

mercoledì 25 luglio 2018

cosa significa casa

Kutaisi
Cambiare giaciglio non lo spaventa: oggi, per la prima volta, il Piccolo dorme in un letto vero, e non nel lettino a forma di tenda che portiamo con noi durante i viaggi. Non trovando altro e avendo numerosi minori da sistemare, a Kutaisi affittiamo la camerata di un ostello. Ci sono otto letti uno in fila all’altro, ci è sembrato stupido montare il nono. Temevamo che l’interessato presentasse chissà quali rimostranze, ma invece si è limitato a chiedere: Mi canti la ninna nanna, vero? come peraltro fa sempre, ogni volta che ci spostiamo. Per lui, la ninna nanna che gli canto la sera (stonando sempre sugli stessi passaggi, immagino) è sinonimo di casa, e non importa quale sia il supporto del materasso. Speriamo, tra l’altro, che dormire senza sponde gli dia una maggior sensazione di fresco, almeno facendogli sentire meglio gli effetti del ventilatore. La camerata non ha aria condizionata e oggi a Kutaisi si sono superati i 40 gradi. Ora, passate le 23, ce ne sono comunque più di trenta. Si prospetta una notte di affanni (e di sudore). 
Ma non è solo la ninna nana a fare “casa”. Data la sua passione per piatti e pentole, ogni volta che arriviamo in un nuovo alloggio il Piccolo chiede immediatamente - e con una certa agitazione - dove sia la cucina. La prima cosa che deve fare è localizzare il mobile con le pentole. Le dispone in ordine e con soddisfazione, fingendo di preparare chissà quali manicaretti. Oggi, a bordo strada, da una vecchia vestita di nero e con baffi evidenti, gli abbiamo comprato un cucchiaio di legno. Finalmente si sente libero di esprimersi. In ogni nuova sistemazione, inoltre, il Piccolo riesce ad armarsi di panno (che nella sua lingua si chiama “pezzetta”) e a strofinare energicamente qualsiasi superficie: pulire è un’attività a cui si dedica con impegno paragonabile solo a quello delle pentole. Un maschio da sposare, si direbbe, se io non fossi assolutamente impreparata a questo pensiero.
Per la Media, il concetto di casa corrisponde più che altro al cibo: è lei la prima a sentire la mancanza di pasta e pizza. Questa sera, in un ristorante molto affollato e con un sevizio per lo meno fantasioso (in Georgia non bisogna avere certezze né di cosa arriverà sul tavolo né del tempo che impiegherà), la Media ha disdegnato il kachapuri in favore di un triste riso in bianco, senza nemmeno un po’ d’olio. In assenza di pasta, questo era quanto di più simile al sapore di casa. Vederla trangugiare un riso scotto come fosse una prelibatezza era quasi commovente; a questa scelta, e con la stessa soddisfazione, si sono peraltro uniti i fratelli. La cosa ha dei risvolti positivi, se si considera che riso in bianco e pane semplice non costano letteralmente nulla. Al panificio, per esempio, il prezzo è più o meno l’equivalente di 50 centesimi di euro al chilo. E di pane la famiglia ne sgranocchia abbastanza. 
Da quando ha scoperto la lettura, per la Grande “casa” è un libro da leggere. Arrivando in alloggio, la prima mossa che fa è tirar fuori dal bagaglio il suo libro, anche quando non potrà immediatamente leggerlo, perché magari stiamo uscendo. Essendo il kindle (come qualsiasi aggeggio elettronico) ancora appannaggio dei maggiorenni della famiglia, si tratta di un libro cartaceo. Peccato solo che questa volta la scelta sia caduta su Oliver Twist di Dickens, in edizione integrale. Non si tratta esattamente di un librettino tascabile e leggero…
Ninna nanna mamma insalata non ce n’è
Sette le scodelle sulla tavola del re…

martedì 24 luglio 2018

è un tiranno

Gori
Il figlio celebre di Gori era Stalin; la città ha con la sua memoria un rapporto ambivalente. La statua che troneggiava in centro è stata abbattuta (di notte, pare) ma qui tutto porta ancora il nome dell’Uomo d’Acciaio: la strada principale, il parco più grande, l’edificio più sontuoso. Quest’ultimo, peraltro, ospita il museo dedicato proprio a Stalin. La storia del ragazzino poverissimo partito alla conquista dell’Unione Sovietica ha degli elementi di fascino: il padre alcolizzato che lo picchiava, la madre ortodossa fervente. Tuttavia Stalin è stato e rimane un tiranno: uno che mandava a morire nei gulag gli oppositori veri o presunti, uno squilibrato colpevole di crimini contro l'umanità, e questo non bisogna dimenticarlo, nemmeno per un attimo. Siamo un po’ combattuti sull’opportunità di visitare il museo, ma alla fine decidiamo di cogliere l’occasione per spiegare qualcosa alla Media e alla Grande. 
Dentro ci sono foto di Stalin in mille contesti diversi (nemmeno un cenno ai gulag o al genocidio per fame in Ucraina). La sua valigia personale, i cappotti, la scrivania che usava al Cremlino. C’è perfino, portato qui chissà in che modo, il vagone ferroviario personale, con bagno e sala riunioni. L’ingresso sul treno è il momento preferito del Piccolo, che guarda in tutte le cuccette prorompendo ogni volta in urla di entusiasmo. 
Mamma - mi chiede la Media guardando un quadro - perché dici che era cattivo? A me sembra buono… Guarda come tiene in braccio questa bambina…
Amore - rispondo io - si chiama propaganda. Tutti i tiranni, soprattutto i più cattivi, vogliono far credere di essere buoni. Quindi diffondono immagini in cui appaiono sorridenti e nel frattempo ammazzano le persone.
Ah - risponde lei - e mentre ammazzava le persone quindi si nascondeva…
La Grande ha un lampo di memoria: Ma non è lui - dice ad un certo punto - che aveva fatto rapire lo scrittore armeno?
Effettivamente l’anno scorso, in Armenia, abbiamo visitato la casa di Aksel Bakunts, un intellettuale vittima delle purghe di Stalin. Sono contenta che se ne ricordino.  
Esatto - rispondo - tutti i regimi totalitari diffidano degli intellettuali. Vogliono pubblicare solo i libri e i film che a loro piacciono, e non quelli che li criticano, o che mostrano semplicemente la realtà.
La Grande: Anche Mussolini faceva così, vero? 
Io: Certo. Si chiama censura. Tutti i regimi totalitari la applicano.
Quando ragiona su qualcosa che le dico, la Grande gira lo sguardo di lato. Sembra quasi che non stia ascoltando, ma invece è il momento in cui è più attenta. Rimane zitta e riprende a camminare. Uscendo dal museo, in fila per il pane appena sfornato, mi guarda e dice: I tiranni bruciano i libri. Chi brucia i libri è un tiranno.