Agnes Creek rest area (Stuart Highway)
Siamo di nuovo sulla strada. Andiamo verso il centro dell'Australia e verso Uluru (Ayers Rock). La Stuart Highway, che per l'appunto è un'autostrada, assomiglia in realtà ad una delle nostre strade statali, e non la più frequentata. Non ci sono guard-rail, non c'è illuminazione, solo una striscia d'asfalto dritta in mezzo al deserto. Non c'è traffico. Si può guidare per decine di chilometri senza incontrare nessuno. Non un'auto, un camion, un paese. Bisogna invece stare attenti agli animali: mucche e cavalli pascolano proprio a lato della strada. Canguri e wallaby, soprattutto la mattina e la sera, attraversano di continuo (e infatti se ne vedono a decine, morti investiti, con enormi rapaci che banchettano intorno a loro). Vediamo qualche altro camper, poche auto e gli enormi Road Train, camion con due o tre rimorchi, spaventosi e pieni di luci. A lato della strada ci sono ogni tanto delle aree di sosta (parcheggi allestiti con tavoli, come quello in cui siamo ora) o enormi distributori di carburante, corredati di bar, ristorante, supermarket, ufficio postale, stazione di polizia. Cerchiamo di far benzina sempre, perché fra un distributore e l'altro possono esserci centinaia di chilometri.
Abbiamo trascorso la mattinata a Coober Pedy. È una cittadina caldissima, piena di mosche, buchi ovunque (le miniere di opale) e un'orrida polvere giallastra che si appiccica al sudore. Coober Pedy è una strada centrale, con traverse sterrate, intorno a cui si raccolgono costruzioni basse e brutte. Eppure si respira (insieme alla polvere) uno strano fascino. La maggior parte della vita si volge sotto terra: nel corso dell'unico secolo di vita del paese, tanta gente ha ricavato le abitazioni col piccone, quando ancora si poteva scavare dove si voleva senza permesso (ma questo, ci pare, avviene in parte anche oggi). La cosa appare vagamente contro natura, ma ha un senso, visto che negli ambienti sotterranei, come in cantina, la temperatura rimane costante, fa fresco e non ci sono insetti (non per questo, però, mi viene voglia di andare a vivere in cantina).
Oggi le bambine si sono divertite ad esplorare una delle miniere più antiche. Munite di casco, si sono avventurate nei cunicoli, fingendo di essere cercatrici di opali. Poco dopo, le abbiamo portate a visitare la chiesa cattolica sotterranea, con annessa canonica sotterranea comunicante. Dopo la funzione, una ragazza ha chiesto alle bambine di partecipare al laboratorio artistico della parrocchia, in corso proprio in chiesa. Lo scopo era dipingere tutti insieme (un gruppo di una dozzina di bambini) su una grande tela e realizzare un cartellone sul tema della riconciliazione con la popolazione aborigena. A Coober Pedy, peraltro, la comunità dei nativi è piuttosto numerosa. La Grande e la Piccola hanno colto volentieri l'occasione per dipingere e si sono messe al lavoro. La Piccola, che disegna piuttosto bene ma ha ancora delle ricadute sull'astratto, si è appropriata di un angolo e ci ha fatto un'enorme macchia con tutti i colori possibili. Un pasticcio enorme, che ha contagiato anche le sue mani, le braccia, il vestito. La Grande, non sapendo bene come rappresentare la "riconciliazione", è andata sul sicuro e ha disegnato la nostra famiglia: la mamma coi capelli neri fino ai piedi, gli occhiali tondi del papà, il sorriso suo e della sorella. Tutte e due si sono divertite. Hanno lavorato e chiacchierato con gli altri bambini. Avevano i due unici visetti bianchi, ma non se ne sono accorte, il che ci è parso un buon segno.
lunedì 10 marzo 2014
sabato 8 marzo 2014
oltre i 40
Coober Pedy
Più dei 40 gradi, il problema è stato l'umidità. Oggi, su questa zona del deserto, si è radunata una calotta di nuvole grigie, che hanno reso l'aria veramente pesante. La Famiglia in cammino, peraltro, non ha grossi problemi col caldo. Ci adattiamo bene a temperature molto elevate, e sopportiamo senza patemi la perenne sensazione (in realtà è molto più che una sensazione) di sudaticcio.
Molto più fastidiose sono state le mosche. Nell'outback sono un tormento da non credere. Si infilano negli occhi e annegano. Si infilano nel naso e annegano. Si infilano nella bocca e si fanno mangiare. Se fossero solo in po' più furbe, starebbero lontane dai visi e ci sentiremmo tutti meglio. Ma poiché le mosche non sono note per la loro intelligenza, continuano a ronzare intorno alle facce. Le bambine hanno le retine proteggi-viso. A me e al Papà non resta che muoverci, muoverci di continuo, portandoci dietro una schifosa nuvoletta di mosche ronzanti. La gente del posto dice che è sempre così. Solo al crepuscolo le mosche si ritirano, e lasciano spazio alle zanzare. Decine di zanzare, piccole e voraci, che portano tra l'altro un bel po' di malattie, fra cui alcune interessanti, come l'encefalite (mi sono informata da un farmacista del posto, e ovviamente ho speso decine di dollari in repellenti).
A questo punto ci si chiede come mai esista gente che abita in questo luogo remotissimo, a 600 chilometri dal mare, nella savana, con le mosche, le zanzare, la polvere e i 40-50 gradi. La risposta sono i buchi nel terreno, intorno e dentro al paese: qui c'è stata, e per molti aspetti c'è ancora, la corsa all'opale, una pietra preziosa che si trova in grandi quantità. La Grande e la Piccola si sono fatte contagiare, hanno preso le loro palette di plastica e si sono messe a scavare nei cumuli di detriti delle miniere. Naturalmente non hanno trovato nulla e ci sono rimaste un po' male. Si sono consolate con la visita ad una casa sotterranea: a Coober Pedy le temperature sono talmente alte che tante abitazioni, chiese, negozi, sono ricavati sotto terra, come tane. Alcune abitazioni si possono visitare, e non ci siamo fatti scappare l'occasione. Siamo entrati in una casa degli anni Sessanta, scavata a forza di piccone da una donna imprenditrice. Ambiente suggestivo, per quanto un po' pacchiano. La Grande e la Piccola sono rimaste a bocca aperta davanti alla piscina ricavata in soggiorno, e hanno adorato Helen. Helen, che custodisce la casa insieme a George (ma non sono loro i proprietari) ha un piccolo cane bianco e una passione per i bambini. Mentre noi ci godevano la visita alla casa, Helen ha fatto giocare le bambine col cane, le ha prese in braccio, ha riso con loro e ha fatto il girotondo. Io e il Papà abbiamo lasciato fare. La Grande e la Piccola si sono innamorate:- Ci trattava come una nonna...
Più dei 40 gradi, il problema è stato l'umidità. Oggi, su questa zona del deserto, si è radunata una calotta di nuvole grigie, che hanno reso l'aria veramente pesante. La Famiglia in cammino, peraltro, non ha grossi problemi col caldo. Ci adattiamo bene a temperature molto elevate, e sopportiamo senza patemi la perenne sensazione (in realtà è molto più che una sensazione) di sudaticcio.
Molto più fastidiose sono state le mosche. Nell'outback sono un tormento da non credere. Si infilano negli occhi e annegano. Si infilano nel naso e annegano. Si infilano nella bocca e si fanno mangiare. Se fossero solo in po' più furbe, starebbero lontane dai visi e ci sentiremmo tutti meglio. Ma poiché le mosche non sono note per la loro intelligenza, continuano a ronzare intorno alle facce. Le bambine hanno le retine proteggi-viso. A me e al Papà non resta che muoverci, muoverci di continuo, portandoci dietro una schifosa nuvoletta di mosche ronzanti. La gente del posto dice che è sempre così. Solo al crepuscolo le mosche si ritirano, e lasciano spazio alle zanzare. Decine di zanzare, piccole e voraci, che portano tra l'altro un bel po' di malattie, fra cui alcune interessanti, come l'encefalite (mi sono informata da un farmacista del posto, e ovviamente ho speso decine di dollari in repellenti).
A questo punto ci si chiede come mai esista gente che abita in questo luogo remotissimo, a 600 chilometri dal mare, nella savana, con le mosche, le zanzare, la polvere e i 40-50 gradi. La risposta sono i buchi nel terreno, intorno e dentro al paese: qui c'è stata, e per molti aspetti c'è ancora, la corsa all'opale, una pietra preziosa che si trova in grandi quantità. La Grande e la Piccola si sono fatte contagiare, hanno preso le loro palette di plastica e si sono messe a scavare nei cumuli di detriti delle miniere. Naturalmente non hanno trovato nulla e ci sono rimaste un po' male. Si sono consolate con la visita ad una casa sotterranea: a Coober Pedy le temperature sono talmente alte che tante abitazioni, chiese, negozi, sono ricavati sotto terra, come tane. Alcune abitazioni si possono visitare, e non ci siamo fatti scappare l'occasione. Siamo entrati in una casa degli anni Sessanta, scavata a forza di piccone da una donna imprenditrice. Ambiente suggestivo, per quanto un po' pacchiano. La Grande e la Piccola sono rimaste a bocca aperta davanti alla piscina ricavata in soggiorno, e hanno adorato Helen. Helen, che custodisce la casa insieme a George (ma non sono loro i proprietari) ha un piccolo cane bianco e una passione per i bambini. Mentre noi ci godevano la visita alla casa, Helen ha fatto giocare le bambine col cane, le ha prese in braccio, ha riso con loro e ha fatto il girotondo. Io e il Papà abbiamo lasciato fare. La Grande e la Piccola si sono innamorate:- Ci trattava come una nonna...
impatto con l'inglese
Bookaloo rest area (Stuart Highway)
Da quasi due mesi viviamo in un Paese anglofono. La cosa è particolarmente evidente se si considera che abbiamo incontrato pochi stranieri e pochissimi italiani (solo tre ragazzi in camper, qualche settimana fa in Tasmania). Per il resto, la Famiglia in cammino costituisce un'orgogliosa isola linguistica, ma è ben circondata da gente che parla solo in inglese. Lo slang australiano è particolarmente forte, ed esistono numerose espressioni che qui sono comunissime ma che non rientrano nella lingua standard. Gli australiani salutano con "G' day!". Oppure: "Hi, mate!". Il termine "Barbie" non indica la fidanzata di Ken, curve mozzafiato e maledetto vitino da vespa, ma è un affettuoso diminuitivo per "barbecue". A questo punto uno potrebbe pensare che l'australiano medio è legatissimo al suo barbecue, quanto lo è alla sua ragazza. Questo spiegherebbe perché gli australiani cominciano a friggere uova e bacon alle 8 del mattino, vanno avanti tutto il giorno senza soluzione di continuità e finiscono a mezzanotte. Ma è una parentesi a cui mi dedicherò con più calma.
Fatto sta che la Famiglia in cammino ha dovuto adattare l'orecchio a numerose espressioni tipiche di qui, oltre che alla micidiale pronuncia. Passati i primi giorni di totale sconcerto, ora ci sentiamo più integrati (ma comunque orgogliosi della nostra isola linguistica). L'adattamento riguardava soprattutto la numerosa componente femminile della Famiglia: il Papà, avendo vissuto per due anni in Inghilterra, non ha avuto nessunissimo problema. La Grande, grazie ad un progetto della scuola materna, capisce un po' di inglese e lo parla. È in grado di fare amicizia coi coetanei e risponde ad alcune semplici domande. Soprattutto, è molto orgogliosa della sua competenza e non perde occasione di mostrarla. Spesso gli australiani se ne stupiscono. Io ho studiato l'inglese al liceo (liceo classico, peraltro). Nei primi giorni di viaggio, non capivo quasi nulla. Ora capisco quasi tutto, il che è una piccola soddisfazione. Alla mia età, con capelli bianchi incipienti e rughe incombenti, pensavo fosse impossibile progredire con la conoscenza di una lingua. E invece.
La Piccola è letteralmente beata. Lei adora il suono della lingua inglese. Adora che le si parli in inglese. Cerca di imparare i vocaboli e ci assilla con un sacco di domande. Quando qualche australiano si rivolge a lei, mostra un sorriso serafico e si sente importante. Non capisce assolutamente nulla, ma ha imparato a dire "yes" con un garbo tale che la gente ci casca.
Ancora un mese di questa immersione linguistica e possiamo davvero trasferirci in Australia. Peccato che anche la Grande abbia iniziato ad ostacolare queste fantasie, dicendo che le mancano il suo letto, i suoi Pan di Stelle, i suoi amici. Peccato.
Dormiamo a bordo dell'autostrada. Siamo diretti a Coober Pedy, capitale mondiale dell'opale, dove in inverno la temperatura scende sotto zero, ma in estate può arrivare a 50 gradi.
In mattinata, alle Flinders Ranges, abbiamo visitato le splendide pitture aborigene di Arkaroo, che raccontano la leggenda di Wilpena Pound. Wilpena Pound è un'enorme formazione montuosa dalla forma ellittica che ha il fascino di un'oasi: fuori c'è la savana, dentro un bosco rigoglioso. Si arriva al punto panoramico con una camminata di un'oretta, su sentiero scosceso e sconnesso (non avrei scommesso sulla tenuta della Piccola, e invece è andata benone). Durante la salita abbiamo raccontato alle bambine la leggenda: due enormi serpenti, dopo aver divorato decine di uomini, non riuscivano più a muoversi. Si sono distesi per trovare sollievo e invece sono morti. I loro corpi hanno formato le due catene montuose che costituiscono l'ellissi di Wilpena Pound. Tutto il racconto è rappresentato con pitture rosse e bianche, astratte con le mani, ad Arkaroo.
La cultura aborigena (prima di Maometto, prima di Cristo, prima degli Egizi) ci lascia tutti a bocca aperta.
Da quasi due mesi viviamo in un Paese anglofono. La cosa è particolarmente evidente se si considera che abbiamo incontrato pochi stranieri e pochissimi italiani (solo tre ragazzi in camper, qualche settimana fa in Tasmania). Per il resto, la Famiglia in cammino costituisce un'orgogliosa isola linguistica, ma è ben circondata da gente che parla solo in inglese. Lo slang australiano è particolarmente forte, ed esistono numerose espressioni che qui sono comunissime ma che non rientrano nella lingua standard. Gli australiani salutano con "G' day!". Oppure: "Hi, mate!". Il termine "Barbie" non indica la fidanzata di Ken, curve mozzafiato e maledetto vitino da vespa, ma è un affettuoso diminuitivo per "barbecue". A questo punto uno potrebbe pensare che l'australiano medio è legatissimo al suo barbecue, quanto lo è alla sua ragazza. Questo spiegherebbe perché gli australiani cominciano a friggere uova e bacon alle 8 del mattino, vanno avanti tutto il giorno senza soluzione di continuità e finiscono a mezzanotte. Ma è una parentesi a cui mi dedicherò con più calma.
Fatto sta che la Famiglia in cammino ha dovuto adattare l'orecchio a numerose espressioni tipiche di qui, oltre che alla micidiale pronuncia. Passati i primi giorni di totale sconcerto, ora ci sentiamo più integrati (ma comunque orgogliosi della nostra isola linguistica). L'adattamento riguardava soprattutto la numerosa componente femminile della Famiglia: il Papà, avendo vissuto per due anni in Inghilterra, non ha avuto nessunissimo problema. La Grande, grazie ad un progetto della scuola materna, capisce un po' di inglese e lo parla. È in grado di fare amicizia coi coetanei e risponde ad alcune semplici domande. Soprattutto, è molto orgogliosa della sua competenza e non perde occasione di mostrarla. Spesso gli australiani se ne stupiscono. Io ho studiato l'inglese al liceo (liceo classico, peraltro). Nei primi giorni di viaggio, non capivo quasi nulla. Ora capisco quasi tutto, il che è una piccola soddisfazione. Alla mia età, con capelli bianchi incipienti e rughe incombenti, pensavo fosse impossibile progredire con la conoscenza di una lingua. E invece.
La Piccola è letteralmente beata. Lei adora il suono della lingua inglese. Adora che le si parli in inglese. Cerca di imparare i vocaboli e ci assilla con un sacco di domande. Quando qualche australiano si rivolge a lei, mostra un sorriso serafico e si sente importante. Non capisce assolutamente nulla, ma ha imparato a dire "yes" con un garbo tale che la gente ci casca.
Ancora un mese di questa immersione linguistica e possiamo davvero trasferirci in Australia. Peccato che anche la Grande abbia iniziato ad ostacolare queste fantasie, dicendo che le mancano il suo letto, i suoi Pan di Stelle, i suoi amici. Peccato.
Dormiamo a bordo dell'autostrada. Siamo diretti a Coober Pedy, capitale mondiale dell'opale, dove in inverno la temperatura scende sotto zero, ma in estate può arrivare a 50 gradi.
In mattinata, alle Flinders Ranges, abbiamo visitato le splendide pitture aborigene di Arkaroo, che raccontano la leggenda di Wilpena Pound. Wilpena Pound è un'enorme formazione montuosa dalla forma ellittica che ha il fascino di un'oasi: fuori c'è la savana, dentro un bosco rigoglioso. Si arriva al punto panoramico con una camminata di un'oretta, su sentiero scosceso e sconnesso (non avrei scommesso sulla tenuta della Piccola, e invece è andata benone). Durante la salita abbiamo raccontato alle bambine la leggenda: due enormi serpenti, dopo aver divorato decine di uomini, non riuscivano più a muoversi. Si sono distesi per trovare sollievo e invece sono morti. I loro corpi hanno formato le due catene montuose che costituiscono l'ellissi di Wilpena Pound. Tutto il racconto è rappresentato con pitture rosse e bianche, astratte con le mani, ad Arkaroo.
La cultura aborigena (prima di Maometto, prima di Cristo, prima degli Egizi) ci lascia tutti a bocca aperta.
venerdì 7 marzo 2014
l'unico inaccessibile
In Australia tutti i siti di interesse storico sono perfettamente segnalati. Tuttavia, il sito di Yourambulla è difficile da trovare. Ci sono ovunque uffici turistici, che spesso sopravvivono grazie al lodevole lavoro dei volontari. Negli uffici turistici si trovano sempre mappe molto dettagliate, brossure pieghevoli su ogni attrazione, depliant illustrati su tutti i siti. Ma su Yourambulla niente di niente, se non qualche cenno nei depliant generali sulle Flinders Ranges. Tutti i sentieri che avevamo percorso fino ad oggi erano tenuti perfettamente, battuti ben bene, con gradini e corrimani. Ci sono perfino molti sentieri civilmente "sbarrierati", ovvero accessibili a passeggini e carrozzine. Il sito di Yourambulla è diviso in tre parti. Dall'una all'altra parte ci sono poche indicazioni e il sentiero non esiste, tanto che si rischia di perdersi fra le rocce rosse. Meravigliose rocce rosse, intendiamoci, ma forse non il luogo ideale per trascorrere il resto della giornata o del viaggio. In Australia tutti i siti storici sono sempre aperti, sette giorni su sette. Magari con orari non troppo estesi, ma qualsiasi museo di paese è aperto anche la domenica. Il sito di Yourambulla è chiuso da anni (noi siamo entrati lo stesso, ma che rimanga un segreto), perché su una passerella c'è un'unica trave di legno instabile.
Yourambulla è un sito di pitture rupestri aborigene. Non ha avuto la stessa sorte di altri luoghi, storici o ritenuti tali, che abbiamo visitato. Non è stato valorizzato in nessun modo. A poca distanza dalle pitture rupestri c'è una fattoria di pecorai di metà Ottocento. Su questa, ovviamente perfettamente segnalata ed accessibile, esistono libri, documenti e cartine. Sui dipinti aborigeni si fa a fatica a trovare informazioni: non esiste quasi nulla di scritto (non un depliant, figurarsi un libro), e gli abitanti della zona, per quanto gentilissimi, ne sanno veramente poco.
Eppure i disegni sono molti e magnifici: nelle tre grotte, disseminate su un pendio roccioso abitato da canguri e wallaby, sono disegnati boomerang, impronte di animali ed emù stilizzati. Emozionante. Purtroppo la Grande e la Piccola sono rimaste un po' deluse: loro non percepiscono ancora la potenza dell'astrazione, e quindi, pur senza avere il coraggio di dirlo, hanno vissuto i disegni come degli scarabocchi. La Grande, tuttavia, ha proposto di trasferirci in Australia e diventare aborigeni anche noi.
Altra giornata nelle Flinders Ranges, una zona desertica (per certi aspetti simile alla savana, ma con qualche albero verde in più) che regala paesaggi incredibili di pietre aspre e montagne, oltre ad una fauna particolarmente numerosa: oggi avremmo visto, avventurandoci col camper su strade sterrate, almeno una ventina di emù in corsa e altrettanti canguri e wallaby saltellanti. Il tempo continua ad essere splendido, e le previsioni sono buone anche per i prossimi giorni.
Dopo cinque giorni di campeggio libero, bisognini dietro gli alberi, sudore e polvere, ci siamo regalati la sosta in un vero camping. Lavatrice, bagni, docce e perfino una piccola piscina: l'acqua è un lusso incredibile. Soprattutto nel deserto.
Yourambulla è un sito di pitture rupestri aborigene. Non ha avuto la stessa sorte di altri luoghi, storici o ritenuti tali, che abbiamo visitato. Non è stato valorizzato in nessun modo. A poca distanza dalle pitture rupestri c'è una fattoria di pecorai di metà Ottocento. Su questa, ovviamente perfettamente segnalata ed accessibile, esistono libri, documenti e cartine. Sui dipinti aborigeni si fa a fatica a trovare informazioni: non esiste quasi nulla di scritto (non un depliant, figurarsi un libro), e gli abitanti della zona, per quanto gentilissimi, ne sanno veramente poco.
Eppure i disegni sono molti e magnifici: nelle tre grotte, disseminate su un pendio roccioso abitato da canguri e wallaby, sono disegnati boomerang, impronte di animali ed emù stilizzati. Emozionante. Purtroppo la Grande e la Piccola sono rimaste un po' deluse: loro non percepiscono ancora la potenza dell'astrazione, e quindi, pur senza avere il coraggio di dirlo, hanno vissuto i disegni come degli scarabocchi. La Grande, tuttavia, ha proposto di trasferirci in Australia e diventare aborigeni anche noi.
Altra giornata nelle Flinders Ranges, una zona desertica (per certi aspetti simile alla savana, ma con qualche albero verde in più) che regala paesaggi incredibili di pietre aspre e montagne, oltre ad una fauna particolarmente numerosa: oggi avremmo visto, avventurandoci col camper su strade sterrate, almeno una ventina di emù in corsa e altrettanti canguri e wallaby saltellanti. Il tempo continua ad essere splendido, e le previsioni sono buone anche per i prossimi giorni.
Dopo cinque giorni di campeggio libero, bisognini dietro gli alberi, sudore e polvere, ci siamo regalati la sosta in un vero camping. Lavatrice, bagni, docce e perfino una piccola piscina: l'acqua è un lusso incredibile. Soprattutto nel deserto.
mercoledì 5 marzo 2014
apposita retina cercasi disperatamente
Hawker
Il Papà ha fondato (parole sue di oggi) l'Esercito di Liberazione dalle Mamme Loffie. Si tratta di un'organizzazione sovversiva di cui fanno parte lui e lui medesimo, ma che riscuote un grosso successo con la Grande e la Piccola.
Il problema è che io non mi sento particolarmente rigida e perfezionista, e tuttavia sono sempre... Adulta. Madre. Chioccia. Il che è certamente un difetto. Lui invece riesce a tornare davvero bambino con le sue bambine, e pazienza se i quaranta sono passati da un pezzo (cioè sono passati per lui, beninteso). Oggi, vedendo un torrente di fango in mezzo al deserto delle Flinders Ranges, è stato il primo a gioire. Si è buttato in acqua, in mutande e ridendo, e poi ha chiamato la Grande e la Piccola a condividere la sua gioia. Io ho cercato di soffocare mille pensieri: che ne so, il colore marroncino dell'acqua, il fatto che ovviamente non fosse trattata, e altre sottigliezze del genere. Dopo, ma solo dopo, sono stata grata al Papà per aver regalato alle bimbe una gioia che io, spontaneamente, non avrei saputo inventare: il bagno in una pozza nel deserto. Le ragazze, emergendo con piedi e mani color pece, avevano un sorrisone:- Ma che felicità! Sono emozionata! - urlava la Piccola. - Eh, sì - rispondeva la Grande - non avevamo mai fatto il bagno nel fango! È bellissimo!
In serata avrei voluto strofinarle con la carta vetrata. Mi sono accontentata dello shampoo e la mia coscienza è a posto lo stesso.
Oggi abbiamo avuto un primo assaggio di vero outback australiano, un deserto con terra spaccata e piante basse. Dalla costa sopra Adelaide siamo saliti verso nord. Abbiamo attraversato Quorn, un paese semi-vuoto che sembra il set di un film western, insegne "vecchissimo stile" comprese. Poi abbiamo percorso una serie di strade sterrate, alla ricerca di formazioni rocciose asperrime e bellissimi wallaby delle rocce, dal tipico colore grigio-rossastro.
Anche oggi temperature altissime, vicine ai 40 gradi, e anche oggi siamo stati perseguitati dalle terribili mosche australiane. Perfino la Grande, pacifica com'è, le ha definite "insopportabili". Entrano negli occhi, nel naso, in bocca. Mirano al viso, più che al cibo. La Piccola è l'unica della Famiglia che sia riuscita ad ucciderne diverse. Si volta di scatto, con sguardo angelico e manina assassina, e colpisce. Dopo, tutta orgogliosa, le prende e me le mostra:- Guarda, mamma, un'altra mosca morta!
Il problema è che in realtà le mosche non le danno troppo fastidio. Ed è davvero un problema, perché di solito non si prende il disturbo di ucciderle o scacciarle. Oggi, per esempio, ne ha mangiate due insieme ad un boccone di pane, senza nemmeno accorgersi (e senza che nessuno avesse il coraggio di farglielo notare). Poco dopo mi ha chiesto di soffiarle il naso:- C'è una mosca che mi dà fastidio... Diceva. Il peggio è che la mosca, ormai tristemente annegata, c'era sul serio.
Tolte le orride formiche di questi giorni, io non credo di avere un cattivo rapporto con gli insetti. Se trovo per casa un ragno, lo prendo con le mani e lo butto fuori dalla finestra. Ho insegnato alla Grande e alla Piccola a non aver paura delle api e delle vespe. Ma adesso ho capito perché in Australia, ad ogni angolo di strada, siano in vendita cappelli con apposita retina proteggi-viso. Domani li compro anch'io.
Il Papà ha fondato (parole sue di oggi) l'Esercito di Liberazione dalle Mamme Loffie. Si tratta di un'organizzazione sovversiva di cui fanno parte lui e lui medesimo, ma che riscuote un grosso successo con la Grande e la Piccola.
Il problema è che io non mi sento particolarmente rigida e perfezionista, e tuttavia sono sempre... Adulta. Madre. Chioccia. Il che è certamente un difetto. Lui invece riesce a tornare davvero bambino con le sue bambine, e pazienza se i quaranta sono passati da un pezzo (cioè sono passati per lui, beninteso). Oggi, vedendo un torrente di fango in mezzo al deserto delle Flinders Ranges, è stato il primo a gioire. Si è buttato in acqua, in mutande e ridendo, e poi ha chiamato la Grande e la Piccola a condividere la sua gioia. Io ho cercato di soffocare mille pensieri: che ne so, il colore marroncino dell'acqua, il fatto che ovviamente non fosse trattata, e altre sottigliezze del genere. Dopo, ma solo dopo, sono stata grata al Papà per aver regalato alle bimbe una gioia che io, spontaneamente, non avrei saputo inventare: il bagno in una pozza nel deserto. Le ragazze, emergendo con piedi e mani color pece, avevano un sorrisone:- Ma che felicità! Sono emozionata! - urlava la Piccola. - Eh, sì - rispondeva la Grande - non avevamo mai fatto il bagno nel fango! È bellissimo!
In serata avrei voluto strofinarle con la carta vetrata. Mi sono accontentata dello shampoo e la mia coscienza è a posto lo stesso.
Oggi abbiamo avuto un primo assaggio di vero outback australiano, un deserto con terra spaccata e piante basse. Dalla costa sopra Adelaide siamo saliti verso nord. Abbiamo attraversato Quorn, un paese semi-vuoto che sembra il set di un film western, insegne "vecchissimo stile" comprese. Poi abbiamo percorso una serie di strade sterrate, alla ricerca di formazioni rocciose asperrime e bellissimi wallaby delle rocce, dal tipico colore grigio-rossastro.
Anche oggi temperature altissime, vicine ai 40 gradi, e anche oggi siamo stati perseguitati dalle terribili mosche australiane. Perfino la Grande, pacifica com'è, le ha definite "insopportabili". Entrano negli occhi, nel naso, in bocca. Mirano al viso, più che al cibo. La Piccola è l'unica della Famiglia che sia riuscita ad ucciderne diverse. Si volta di scatto, con sguardo angelico e manina assassina, e colpisce. Dopo, tutta orgogliosa, le prende e me le mostra:- Guarda, mamma, un'altra mosca morta!
Il problema è che in realtà le mosche non le danno troppo fastidio. Ed è davvero un problema, perché di solito non si prende il disturbo di ucciderle o scacciarle. Oggi, per esempio, ne ha mangiate due insieme ad un boccone di pane, senza nemmeno accorgersi (e senza che nessuno avesse il coraggio di farglielo notare). Poco dopo mi ha chiesto di soffiarle il naso:- C'è una mosca che mi dà fastidio... Diceva. Il peggio è che la mosca, ormai tristemente annegata, c'era sul serio.
Tolte le orride formiche di questi giorni, io non credo di avere un cattivo rapporto con gli insetti. Se trovo per casa un ragno, lo prendo con le mani e lo butto fuori dalla finestra. Ho insegnato alla Grande e alla Piccola a non aver paura delle api e delle vespe. Ma adesso ho capito perché in Australia, ad ogni angolo di strada, siano in vendita cappelli con apposita retina proteggi-viso. Domani li compro anch'io.
martedì 4 marzo 2014
solo vent'anni
Clements Gap
Siamo in un luogo surreale. La camp area è ricavata nel cortile di una vecchia scuola elementare, che ha chiuso nel 1942. Un vecchietto del posto, che forse l'aveva frequentata, ha attrezzato il cortile con tavoli e panche (ma altri servizi non ce ne sono), oltre che con una serie di pupazzi, vecchi oggetti, cartelli con messaggi edificanti. C'è un vecchio Babbo Natale con l'inquietante scritta: "Siete tutti miei bambini... Ci vediamo il 25 dicembre". Ci sono ritagli di giornale, fiori finti e cartoline; e poi vecchi giocattoli, peluche e bambolotti disposti in tutta l'area. Le bambine avrebbero voluto prenderne qualcuno, ma dato lo spessore dello strato di polvere che li copriva ho imposto il divieto assoluto. C'è un vassoio che dice: "Non rubare nulla, ricordati che qualcuno ti vede" e molti altri simili gingilli. Ciliegina sulla torta: le ceneri del vecchietto che ha allestito tutto questo sono qui, sotto una lapide a pochi metri dal nostro camper. E ci sono anche, ovviamente (siamo in mezzo alla campagna e fa molto caldo) nugoli e nugoli di insetti.
Abbiamo salutato il mare, che rivedremo solo fra qualche settimana. Puntiamo verso l'interno: vogliamo essere ad Alice Springs fra due settimane, giorno più giorno meno. Nel frattempo, ci siamo goduti la mattinata in fondo alla Yorke Peninsula, nell'Innes National Park, un posto selvaggio: non abbiamo incontrato altri viaggiatori, solo canguri ed emù. Anche oggi abbiamo visto una famiglia di questi magnifici uccelli corridori. A dirla tutta abbiamo dovuto aspettarli, mentre con tutta calma attraversavano la strada davanti a noi. La Grande e la Piccola hanno osservato con meraviglia la mamma emù che "rimproverava" i suoi piccoli, rincorrendoli a becco aperto se si allontanavano. Nella classifica dell'animale australiano preferito, in continuo aggiornamento, oggi l'emù ha guadagnato un sacco di punti.
Abbiamo anche fatto il bagno in due meravigliose spiagge. Mentre io prendevo il sole (pressoché la mia unica attività quando sono al mare. Una volta che ho scattato le foto, per me il mare si potrebbe anche togliere, mi basta la spiaggia) il Papà ha portato le bambine ad esplorare i fondali con la maschera. Presa dall'entusiasmo, la Grande ha dichiarato che nella vita farà l'archeologa subacquea. - Mamma - mi ha chiesto - cosa devo fare per diventare archeologa subacquea?
- Mah, devi prima iniziare e finire la scuola elementare, poi andare alla scuola media; poi dovrai frequentare il liceo, ovviamente il liceo classico. Poi andrai all'università e ti iscriverai in Lettere Classiche. Poi, dopo la laurea, potrai diventare archeologa subacquea.
- Ma quanto tempo ci vorrà?
- Così ad occhio, direi una ventina d'anni...
- Yuppiiii! Ci sono quasi! Hai sentito, Papà? Fra una ventina d'anni potrò fare l'archeologa subacquea!
Siamo in un luogo surreale. La camp area è ricavata nel cortile di una vecchia scuola elementare, che ha chiuso nel 1942. Un vecchietto del posto, che forse l'aveva frequentata, ha attrezzato il cortile con tavoli e panche (ma altri servizi non ce ne sono), oltre che con una serie di pupazzi, vecchi oggetti, cartelli con messaggi edificanti. C'è un vecchio Babbo Natale con l'inquietante scritta: "Siete tutti miei bambini... Ci vediamo il 25 dicembre". Ci sono ritagli di giornale, fiori finti e cartoline; e poi vecchi giocattoli, peluche e bambolotti disposti in tutta l'area. Le bambine avrebbero voluto prenderne qualcuno, ma dato lo spessore dello strato di polvere che li copriva ho imposto il divieto assoluto. C'è un vassoio che dice: "Non rubare nulla, ricordati che qualcuno ti vede" e molti altri simili gingilli. Ciliegina sulla torta: le ceneri del vecchietto che ha allestito tutto questo sono qui, sotto una lapide a pochi metri dal nostro camper. E ci sono anche, ovviamente (siamo in mezzo alla campagna e fa molto caldo) nugoli e nugoli di insetti.
Abbiamo salutato il mare, che rivedremo solo fra qualche settimana. Puntiamo verso l'interno: vogliamo essere ad Alice Springs fra due settimane, giorno più giorno meno. Nel frattempo, ci siamo goduti la mattinata in fondo alla Yorke Peninsula, nell'Innes National Park, un posto selvaggio: non abbiamo incontrato altri viaggiatori, solo canguri ed emù. Anche oggi abbiamo visto una famiglia di questi magnifici uccelli corridori. A dirla tutta abbiamo dovuto aspettarli, mentre con tutta calma attraversavano la strada davanti a noi. La Grande e la Piccola hanno osservato con meraviglia la mamma emù che "rimproverava" i suoi piccoli, rincorrendoli a becco aperto se si allontanavano. Nella classifica dell'animale australiano preferito, in continuo aggiornamento, oggi l'emù ha guadagnato un sacco di punti.
Abbiamo anche fatto il bagno in due meravigliose spiagge. Mentre io prendevo il sole (pressoché la mia unica attività quando sono al mare. Una volta che ho scattato le foto, per me il mare si potrebbe anche togliere, mi basta la spiaggia) il Papà ha portato le bambine ad esplorare i fondali con la maschera. Presa dall'entusiasmo, la Grande ha dichiarato che nella vita farà l'archeologa subacquea. - Mamma - mi ha chiesto - cosa devo fare per diventare archeologa subacquea?
- Mah, devi prima iniziare e finire la scuola elementare, poi andare alla scuola media; poi dovrai frequentare il liceo, ovviamente il liceo classico. Poi andrai all'università e ti iscriverai in Lettere Classiche. Poi, dopo la laurea, potrai diventare archeologa subacquea.
- Ma quanto tempo ci vorrà?
- Così ad occhio, direi una ventina d'anni...
- Yuppiiii! Ci sono quasi! Hai sentito, Papà? Fra una ventina d'anni potrò fare l'archeologa subacquea!
animali sì, animali no
Pondalowie Bay (Innes National Park)
Le orride, nonostante le mie ripetute campagne di sterminio, non se ne sono ancora andate. Non hanno toccato beni salvavita, quali la crema antirughe e il caffè, ma in compenso si sono accampate nel frigorifero. Da tre giorni la Famiglia in cammino mangia pane ripieno di formiche, prosciutto all'aroma di formica, formaggio formicoso. La Grande finge di non vedere temendo che i poveri insetti subiscano le mie rappresaglie. La Piccola non si accorge. Il Papà non ci fa caso. Io ho i nervi a pezzi.
Da due giorni fa un gran caldo. Sono le dieci di sera e siamo ancora in canottiera, il che è un'ottima notizia. Il rovescio della medaglia, però, è che gli insetti si sono moltiplicati. Oltre che con le odiose formiche, oggi abbiamo dovuto fare i conti con centinaia di mosche. Mosche assetate, per di più, che quindi mirano alle labbra, nella speranza di rubare qualche goccia di saliva. Il tutto fa un po' schifo, soprattutto se si considera il rischio di mangiarle. In serata siamo stati felici di cenare all'aperto, ma ci siamo trovati in una nuvola di zanzare. Abbiamo spruzzato repellente a litri sulle nostre braccia e gambe, e ci siamo comunque goduti la bistecca: la Famiglia in cammino preferisce le temperature alte, le ciabatte e i pantaloncini, a costo di fronteggiare orde di insetti voraci. Del resto, fortunatamente, i nostri incontri con la fauna locale non si limitano a questo. Oggi, facendo il bagno su una spiaggia di sabbia bianca, tutta per noi, abbiamo incontrato alcuni eagle ray; credo che in italiano si chiamino "razze". Sono quei pesci larghi, con grandi pinne che sembrano ali. All'acquario di Genova si possono accarezzare, ma qui ho preferito tener lontane le bimbe: l'Australia è piena di simpatici cucciolotti dal morso letale, meglio non correre rischi. Tuttavia è stato bello, per la Grande e la Piccola, correre in un'acqua finalmente tiepida, circondate da questi grandi pesci che sbattono le pinne come se volassero. Nel pomeriggio siamo arrivati all'Innes National Park, una riserva naturale che è come un immenso safari all'aperto, con animali liberi ovunque ci si volti. Passando sulla strada col camper, e passeggiando sui sentieri storici delle miniere di gesso, abbiamo visto tre famiglie di emù, adulti e piccoli, che camminavano impettiti e flemmatici. La Grande, che adora gli emù, è rimasta ogni volta a bocca aperta. Abbiamo incontrato tantissimi canguri grigi. Alcuni di questi sembravano curiosi e si sono fermati a guardarci. Un canguro ha girato intorno al nostro tavolo per tutta la cena, sgranando gli occhi. Forse si indignava nel vedere che la Piccola mangiava con le mani (ha una sua teoria per cui il cibo mangiato con le mani è più gustoso. Io di solito le impongo le posate, ma a volte sono stanca e fingo di non vedere), o biasimava la nostra italianissima "scarpetta" col pane. Fatto sta che ci ha fatto compagnia, venendo anche vicino, per una buona oretta. Il problema è che abbiamo avuto compagnia anche da un ragno nero, enorme, grande come una mano, che penzolava accanto al nostro tavolo. Io avrei voluto dargli da mangiare qualche decina di formiche e poi ucciderlo con torture, ma facevo eroicamente finta di nulla. In Australia esistono anche ragni velenosi (che strano, eh?), ma non so se questo appartenesse al club. Niente di più facile: qui dovunque ci si volti c'è una creatura che può ammazzare un uomo in un attimo, ma non voglio allarmare la Grande e la Piccola e quindi cerco di mantenere la calma. Del resto le bambine di fronte al ragno erano elettrizzate:- Guarda, mamma - dicevano - che meraviglia, c'è Aracne!
Le orride, nonostante le mie ripetute campagne di sterminio, non se ne sono ancora andate. Non hanno toccato beni salvavita, quali la crema antirughe e il caffè, ma in compenso si sono accampate nel frigorifero. Da tre giorni la Famiglia in cammino mangia pane ripieno di formiche, prosciutto all'aroma di formica, formaggio formicoso. La Grande finge di non vedere temendo che i poveri insetti subiscano le mie rappresaglie. La Piccola non si accorge. Il Papà non ci fa caso. Io ho i nervi a pezzi.
Da due giorni fa un gran caldo. Sono le dieci di sera e siamo ancora in canottiera, il che è un'ottima notizia. Il rovescio della medaglia, però, è che gli insetti si sono moltiplicati. Oltre che con le odiose formiche, oggi abbiamo dovuto fare i conti con centinaia di mosche. Mosche assetate, per di più, che quindi mirano alle labbra, nella speranza di rubare qualche goccia di saliva. Il tutto fa un po' schifo, soprattutto se si considera il rischio di mangiarle. In serata siamo stati felici di cenare all'aperto, ma ci siamo trovati in una nuvola di zanzare. Abbiamo spruzzato repellente a litri sulle nostre braccia e gambe, e ci siamo comunque goduti la bistecca: la Famiglia in cammino preferisce le temperature alte, le ciabatte e i pantaloncini, a costo di fronteggiare orde di insetti voraci. Del resto, fortunatamente, i nostri incontri con la fauna locale non si limitano a questo. Oggi, facendo il bagno su una spiaggia di sabbia bianca, tutta per noi, abbiamo incontrato alcuni eagle ray; credo che in italiano si chiamino "razze". Sono quei pesci larghi, con grandi pinne che sembrano ali. All'acquario di Genova si possono accarezzare, ma qui ho preferito tener lontane le bimbe: l'Australia è piena di simpatici cucciolotti dal morso letale, meglio non correre rischi. Tuttavia è stato bello, per la Grande e la Piccola, correre in un'acqua finalmente tiepida, circondate da questi grandi pesci che sbattono le pinne come se volassero. Nel pomeriggio siamo arrivati all'Innes National Park, una riserva naturale che è come un immenso safari all'aperto, con animali liberi ovunque ci si volti. Passando sulla strada col camper, e passeggiando sui sentieri storici delle miniere di gesso, abbiamo visto tre famiglie di emù, adulti e piccoli, che camminavano impettiti e flemmatici. La Grande, che adora gli emù, è rimasta ogni volta a bocca aperta. Abbiamo incontrato tantissimi canguri grigi. Alcuni di questi sembravano curiosi e si sono fermati a guardarci. Un canguro ha girato intorno al nostro tavolo per tutta la cena, sgranando gli occhi. Forse si indignava nel vedere che la Piccola mangiava con le mani (ha una sua teoria per cui il cibo mangiato con le mani è più gustoso. Io di solito le impongo le posate, ma a volte sono stanca e fingo di non vedere), o biasimava la nostra italianissima "scarpetta" col pane. Fatto sta che ci ha fatto compagnia, venendo anche vicino, per una buona oretta. Il problema è che abbiamo avuto compagnia anche da un ragno nero, enorme, grande come una mano, che penzolava accanto al nostro tavolo. Io avrei voluto dargli da mangiare qualche decina di formiche e poi ucciderlo con torture, ma facevo eroicamente finta di nulla. In Australia esistono anche ragni velenosi (che strano, eh?), ma non so se questo appartenesse al club. Niente di più facile: qui dovunque ci si volti c'è una creatura che può ammazzare un uomo in un attimo, ma non voglio allarmare la Grande e la Piccola e quindi cerco di mantenere la calma. Del resto le bambine di fronte al ragno erano elettrizzate:- Guarda, mamma - dicevano - che meraviglia, c'è Aracne!
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