lunedì 24 luglio 2017

non potevano parlare

Yerevan
Alloggiamo in un gigantesco, fatiscente palazzo di fabbricazione sovietica. A parte le vecchiette che vendono frutta in cortile, gli anziani schierati in fila per due a giocare a scacchi, i manifesti pubblicitari attaccati e strappati per le scale (scale che definire pericolanti è un eufemismo), la cosa più divertente è l'ascensore: una scatoletta minuscola e traballante, ma questo sarebbe niente; il fatto è che le porte si aprono e si chiudono nel giro di pochissimi secondi; poiché non ci sono fotocellule (figurarsi), alla Mamma chiudifila è già toccato più di una volta di sentirsi strizzare, fra le risate dei quattro quinti della famiglia (anche il Piccolo, sì). Uno potrebbe chiedersi se, dato l'elevato rischio di lussazione di una spalla materna, non sia preferibile salire le scale. Ma poiché siamo al quinto piano, le scale sono quelle che sono e abbiamo il passeggino, la risposta è piuttosto chiara.
Dunque, compiuto anche questa mattina il salto fuori dall'ascensore, e volendo controbilanciare le scorribande di ieri con una visita culturale, ci siamo diretti al monumento che ricorda il genocidio armeno. Il complesso, in posizione dominante sulla città, è costituito da un obelisco a punta, alto più di quaranta metri (la guida lo definisce "proteso verso il cielo") e un grande mausoleo di pietra che custodisce una fiamma perpetua. Ogni anno, nel giorno in cui si celebra la ricorrenza (24 aprile), il mausoleo si riempie di rose. Oggi c'era solo qualche mazzo deposto a terra. Intorno, una foresta di sempreverdi piantati da governi, delegazioni e ministri di tutto il mondo a ricordo dell'olocausto armeno. Il tutto, ovviamente, ha richiesto una serie di spiegazioni per la Grande e la Media, che sono rimaste vivamente impressionate dal monumento. Provavano a leggere i nomi dei villaggi armeni rastrellati con le armi, cercavano le piante messe a dimora da italiani, si fermavano incantate davanti al fuoco eterno. Io me la cavo abbastanza bene sull'esposizione dei fatti. Parliamo anche della Prima Guerra Mondiale, cerchiamo analogie e differenze tra questo massacro e la shoah. Spiego anche l'origine di un termine difficile è terribile: "genocidio". Mi blocco, però, di fronte alla domanda più difficile; me la pone la Grande: Non potevano provare a parlare, invece di ammazzare donne e bambini?

2 commenti:

  1. da Sempre ,le guerre...sono Guerre!Non mettere troppa angoscia alla prole.

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  2. le bimbe hanno ragione.pap

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